di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 15 marzo 2011

«La donna che ha deciso di abortire cambia idea quando si sente accolta, quando conosce esattamente quello che sta per accadere e non si sente sola nell’affrontarlo».

Così Paola Bonzi, responsabile del Centro di aiuto alla vita della clinica Mangiagalli di Milano commenta la legge approvata dal governo Texano che stabilisce che le donne che scelgono di abortire debbano obbligatoriamente effettuare un’ecografia del bambino prima dell’interruzione di gravidanza.

La legge è stata promossa dal Governatore Repubblicano Rick Perry con il sostegno della maggioranza, in gran parte composta da pro life. «L’obiettivo – spiega Sid Miller, deputato dell’assemblea legislativa del Texas che ha contribuito alla stesura del testo – è quello di assicurarsi che la donna prima dell’aborto abbia a disposizione tutte le informazioni disponibili, che comprenda le conseguenze mediche e psicologiche di quello che sta avvenendo e conosca tutti gli aspetti della procedura». L’ecografia dovrà essere effettuata tra le 24 e le 72 ore precedenti all’operazione, la donna potrà rifiutarsi di guardare le immagini o di ascoltare il battito del cuore ma le sarà comunque richiesto di ascoltare il medico spiegare quanto si evince dalla radiografia.

Dottoressa Paola Bonzi, un’ecografia può contribuire a far cambiare idea rispetto ad una scelta come quella di abortire?
Certamente può contribuire, anche se deve comunque essere accompagnata da un colloquio. L’esperienza mi ha insegnato che per la madre è essenziale il contatto umano, il supporto morale, per accogliere deve sentirsi accolta, non deve sentirsi sola. La donna sa benissimo che quello che porta dentro è un bambino, lo sente e lo vive giorno per giorno, non occorre l’immagine dell’ecografia per avere una percezione della vita. Ecco perché io dico sì all’ecografia se è un passo nel cammino di consapevolezza della donna.

Il provvedimento ha riacceso il dibattito sulla libertà d’aborto nello stato del Texas. L’opposizione insieme ai pro choice denuncia non solo l’inutilità della legge, ma anche le terribili conseguenze psicologiche di quella che definisce una “violenta coercizione”…
Le conseguenze psicologiche più pesanti sono quelle dell’aborto, da quando lo si comincia a pensare, a quando lo si vive, al dopo, è un vero e proprio calvario. Eppure nemmeno l’averlo vissuto mette al riparo dal compierlo di nuovo. Ieri per esempio ho incontrato una donna che mi ha raccontato di quanto fosse stata per lei terribile un’esperienza d’aborto avvenuta sei anni fa. Piangeva, non riusciva a parlare, singhiozzava nel descrivere ogni singola fase dell’interruzione di gravidanza, dettaglio dopo dettaglio, fra le lacrime ha raccontato di quando ha sentito un tubo che aspirava il suo bambino “Avevo la pancia piena e improvvisamente mi sono sentita svuotata”, ha detto. Poi ha raccontato di quello che ha vissuto dopo, i traumi, le difficoltà, eppure è venuta qui perché stava pensando di abortire nuovamente. La ragione? Aveva paura di non riuscire a mantenere il bambino. Lei lavora in nero a 900 euro al mese, il marito ne guadagna la metà lavorando saltuariamente come lavapiatti, c’è l’affitto di 700 euro da pagare e una bimba di due anni da crescere. Ecco, questa donna si sentiva sola, non è bastato l’aver già vissuto la terribile esperienza dell’aborto per convincerla a non farlo di nuovo, non l’avrebbe convinta nemmeno una fredda ecografia. Certo se, come immagino accada anche in Texas, l’ecografia si accompagna ad un colloquio, allora sì che le cose possono davvero cambiare…

Come può un colloquio far cambiare idea su una cosa così importante, immagino che una donna abbia già occasione di parlare con le persone a lei vicine prima di arrivare al consultorio, cosa dite in più rispetto ad altri?
Il colloquio è un momento delicatissimo, non è una chiacchierata tra amici, ma nemmeno un freddo interrogatorio, ci vuole molto equilibrio e professionalità, bisogna lasciare spazio ai sentimenti della donna qualunque forma prendano, sia essa il silenzio, la rabbia o le lacrime. La donna ha bisogno di sentirsi amata e non giudicata, e questo è il primo passo, a questo si aggiunge l’offerta concreta di aiuto e supporto, il che implica anche un sostegno economico che noi ove possibile cerchiamo di garantire. E straordinariamente giorno per giorno ci rendiamo conto che funziona, che l’accoglienza è il primo ingrediente per generare accoglienza.