di Anna Mazzone
Tratto da Il Riformista del 5 luglio 2010

«Non lasciate che il nostro incubo diventi  realtà. Lottate contro la lapidazione di nostra madre». È l’incipit della lettera scritta dai due figli di Sakineh Ashtiani.

Gronda terrore e dolore. Sakineh da cinque anni è in carcere a Tabriz, in Iran. Accusata di adulterio e punita con 99 frustate, di fronte agli occhi impotenti dei suoi figli. Ma rischia di essere lapidata. Ogni ora per lei può essere l’ultima. Un giudice, senza alcuna prova, ha riaperto il caso e ha decretato la sua condanna a morte, per aver tradito il marito e poi per averlo ucciso. Ma i figli di Sakineh sanno che la loro madre non è colpevole e chiedono al mondo di aiutarli a fermare la mano del boia. Ieri a Washington, Toronto e Londra. Oggi a Colonia, in Germania. Migliaia di manifestanti protestano di fronte alle ambasciate dello Stato persiano, perché il grido di dolore dei figli di Sakineh non cada nel vuoto.

«Sakineh è una donna comune, di 43 anni e con due figli. Cinque anni fa suo marito è stato ucciso, ma lei non ha niente a che fare con questo. È in carcere perché pare che abbia avuto rapporti sessuali con due uomini al di fuori del matrimonio». Mina Ahadi è un’attivista iraniana. È lei che i figli di Sakineh Ashtiani hanno contattato per chiedere aiuto e lei, come sempre, non si è tirata indietro e ha diffuso la loro lettera in tutto il mondo, attivando i sostenitori dei diritti umani, chiedendo loro di firmare petizioni, di organizzare sit-in e di non arrendersi all’idea che Sakineh sia spacciata. Raggiunta telefonicamente dal Riformista dice: «Credo che la mobilitazione internazionale contro la lapidazione di Sakineh e di tante altre donne iraniane sia importante. Sino ad oggi siamo riusciti a salvare molte donne, per esempio Sonia Izadi, una ragazza di 14 anni, e poi anche Shanaz, Nazanin Fatehi e Afsane Nourozi».

Nomi che si affastellano nei racconti di Mina Ahadi. Storie di chi ce l’ha fatta e di chi, invece, non è riuscito a salvarsi dalla barbarie. «Centinaia di donne in Iran sono state lapidate dal 1980 ad oggi e anche tanti uomini, molti dei quali omosessuali», continua. «Negli ultimi trenta anni le donne in Iran hanno perso tutto. A Teheran c’è un regime sessista, in cui le donne non hanno alcun diritto. Non c’è nessun organismo che le difenda e a loro è vietato tutto. Il regime islamico è contro le donne, che lottano ogni giorno nell’ombra, contro questo governo e contro l’obbligo del velo».

«Oggi, quando quasi tutte le nostre speranze sono finite e l’avvocato di nostra madre ci dice che può essere uccisa, noi facciamo appello a voi, cittadini del mondo. E facciamo appello a voi, cittadini iraniani, a tutti voi che avete sperimentato sulla vostra pelle il dolore e l’angoscia e l’orrore di perdere una persona amata». I figli di Sakineh, un ragazzo di 22 anni e una ragazza di 17, non vogliono perderla. I loro occhi non dimenticheranno mai il sangue versato da chi gli ha dato la vita. Sono stati costretti ad assistere alle 99 frustate inflitte a Sakineh cinque anni fa, appena entrata in carcere. Le adultere vengono punite in questo modo in Iran. Se gli va bene. Se gli va male, allora rischiano di essere interrate ancora vive, con la testa bene in vista, in maniera tale da poter diventare facile bersaglio delle pietre scagliate dai loro boia.

Non possono reagire, non possono scappare, non muoiono immediatamente. La pena capitale per lapidazione è terribile. Il dolore che si prova negli ultimi istanti è disumano. Oggi, nel carcere di Tabriz, Sakineh Ashtiani ha paura di essere interrata. Potrebbero prelevarla nella sua cella in queste ore. Il regime iraniano lapida le donne velocemente e senza fare “pubblicità”. Mina Ahadi racconta al Riformista che subito dopo l’inizio della campagna per salvare la vita a Sakineh, le famiglie di altre due detenute l’hanno contattata, affinché aiuti anche le loro figlie. Le donne nel braccio della morte dello Stato persiano sono tante. Molte di loro hanno un’unica “colpa”, quella di aver tradito il loro marito. Tante sono giovanissime. E disperate. Un orrore.

Secondo i dati di Amnesty International, in Iran solo l’anno scorso sono state uccise 388 persone, più che in ogni altro Paese del mondo (esclusa la Cina). «Immaginarla legata e infilata in un buco sottoterra e poi colpita a morte dalle pietre è stato l’incubo mio e di mia sorella per questi cinque anni», dice il figlio di Sakineh al Guardian. «Mia madre è innocente», ripete, «mia madre è innocente e non può morire così».

L’avvocato della signora Ashtiani non ha dubbi. È stata condannata con una sentenza illegittima, senza alcuna prova, senza avere la possibilità di difendersi. Il giudice, arbitrariamente, l’ha riconosciuta colpevole della morte di suo marito e l’ha punita. E Sakineh non ha mai avuto la possibilità di provare la sua innocenza.

Ma l’Iran sta cambiando, o l’Onda verde è stata solo una effervescenza? «Vivo in Germania e faccio parte di un’organizzazione che difende gli ex musulmani e lavora per scongiurare la pena di morte e le lapidazioni in Iran», ci dice Mina Ahadi. «Credo che a Teheran da un anno si sia attivata una rivoluzione contro il regime islamico e credo anche che sia giusto isolarlo attraverso delle sanzioni rigorose. Le sanzioni e l’isolamento internazionale favoriscono la caduta dei regimi. Ma penso anche che per troppi anni i governi europei siano rimasti a guardare senza muovere un dito contro la barbarie iraniana. Quello che vogliamo fare oggi è riuscire a parlare alla gente, per buttare giù questo odioso regime fascista».