di Oscar Giannino
Tratto da ibl – Chicago Blog il 7 dicembre 2010

Alla fine la trattativa tra Lega Calcio e Associalciatori è ripresa a oltranza, dopo il richiamo dell’Alta Corte del Coni.

E un accordo a non rompere pare, in extremis, definito. Ma bisogna dirlo comunque. E’ stata l’idea stessa dell’Associazione dei calciatori italiani che è sul punto di esser ritirata, aver proclamato cioè per domenica sciopero negli stadi, a rappresentare un’amara fotografia dei tempi in cui viviamo. Non si possono usare mezzi termini. Il solo averla procalamata e minacciata esprime una grande mancanza di senso della misura. E di consapevolezza. Laddove senso della misura e consapevolezza non vanno commisurati alla condizione del giocatore professionista di calcio, ma rapportati invece alla condizione generale del Paese, e a come concretamente se la passano ogni giorno milioni e milioni di cittadini e lavoratori italiani. In quattro parole: uno schiaffo alla miseria.

Bisogna per forza immaginare che si tratti di un eccesso a cui l’Assocalciatori è giunta dopo mesi di braccio di ferro, visto che già a settembre scorso la situazione era al punto odierno e un primo sciopero fu evitato in extremis. Solo che in questi mesi, evidentemente, si è persa di vista l’Italia, si è smarrito il senso profondo delle cose, quello che tutte le collega in una diversa scala di valori e proporzioni. Si stenta a credere che, se davvero raccolti in una grande assemblea, i calciatori italiani, che ogni domenica sono esposti agli incoraggiamenti e agli applausi ma anche ai fischi dei tifosi, davvero avrebbero potuto condividere e votare una simile decisione. Non dico l’avvocato Campana ma loro che calcano i campi, quanto meno, dovrebbero sapere che una simile decisione li esporrebbe non solo a sacrosanta protesta, ma a un vero e proprio dileggio. A una rottura profonda con il cuore, la testa e la pancia dell’Italia.

Assocalciatori ha ripetuto che ila questione dei fuori rosa – ancora una volta accantonata, a stare alle indiscrezioni – configura un diritto essenziale, sul quale non si tratta. Ma una rapida cernita alla gerarchia dei diritti individuali e collettivi del lavoro italiano, come sanciti dal diritto e dalla giurisprudenza, difficilmente troverebbe un giurista disposto a sostenere davvero che allenarsi obbligatoriamente con l’intera squadra, e non con un programma differenziato deciso dalla società sportiva, configuri per il giocatore professionista un diritto costituzionale inalienabile. Si può comprendere che i giocatori la pensino diversamente, di fronte alla valutazione di un tecnico e della società di non considerarli più tendenzialmente prima e sistematicamente poi in prima rosa, e di avviarli infine a cessione. Ma è pazzesco essere anche solo sfiorati, dall’idea di poter accostare come analoga questa situazione del professionista del pallone al licenziato da uno stabilimento.

E’ invece proprio questa, la convinzione che i calciatori hanno diffuso intorno a sé, con il loro sciopero minacciato. Nessuno nel loro mondo associativo si è posto una mano sulla coscienza, pensando al milione di italiani espulsi in due anni dal mondo del lavoro per effetto della crisi, e al milione e duecentomila che già non trovavano lavoro prima della discesa di 6 punti del Pil? E per quanto i calciatori non guadagnino proprio tutti i pacchi di milioni di euro l’anno che sono appannaggio dei più grandi campioni, possibile che non ricordino che il reddito medio degli italiani annuo sta intorno ai 20 mila, e sotto in molte aree del Paese?

Si dirà: quando si tratta del proprio contratto, ogni categoria pensa al suo. Giusto. Ma l’apporto a una squadra di un calciatore non si misura coi tempi scanditi e i volumi metrici delle produzioni in reparto, né le pause e i recuperi sono quelli di un operaio o di un impiegato. Soprattutto se pensiamo poi alle tante anomalie che nei decenni hanno caratterizzato il calcio nella sua dimensione societaria, e che gravano ancora sulla sostenibilità di moltissimi club, per via delle debolezze del loro conto economico consolidato, dell’aver chiuso un occhio a criteri di redazione dei bilanci patrimoniali fuori dal codice civile, dell’aver consentito quotazioni in Borsa in assenza di asset materiali.

Tener conto di tutto questo, è il minimo che si possa chiedere ai calciatori italiani. E’ un bene per loro innanzitutto, che lo sciopero sia revocato. La prossima volta che dovessero ritenere di essere a un punto di rottura con i club, pensino a forme di protesta del tutto diverse. Organizzino incontri gratuiti per i disoccupati, per esempio. Tre maxi amichevoli, una per i colpiti dall’alluvione in Veneto, una per i terremotati dell’Aquila, una per le vittime della mafia e della ndrangheta. Facciano capire a tutti che si battono per quel che è giusto e con spirito solidale, ma senza dimenticare mai che cosa l’Italia di oggi coi suoi problemi gravi, rispetto ai loro.

Nel gennaio del 411 avanti cristo Atene fu attraversata da una febbre improvvisa, allorché Aristofane alle feste Lenee rappresentò una sua commedia. Si intitolava Lisistrata, e metteva in scena lo sciopero delle ateniesi e spartane, contro la guerra del Peloponneso combattuta per anni dai mariti. Era uno sciopero particolare: il primo sciopero del sesso. Eppure, la commedia fu un grande successo: proponeva uno sciopero mai visto, ma per uscire da una terribile guerra. La lezione è questa: quanto più si sta in alto nella piramide sociale, tanto più uno sciopero sembra ai più che stanno in basso solo quel che si riduce a essere. Uno schiaffo alla miseria.