E’ il tema del convegno “Elaborare l’esperienza di Dio”, oggi e domani a Parma

L’università italiana tiene il proprio scheletro nell’armadio, la teologia, e senza scheletro – è notorio – sono i molluschi. Certo, ci sono ragioni storiche precise: la legge Correnti del 10 maggio 1872, voluta dallo stato unitario appena nato dalla breccia di Porta Pia, sanciva lo sfratto dagli atenei statali della teologia confinata nelle università pontificie romane e nelle facoltà teologiche sorte nel postconcilio.

L’intera storia occidentale, però, sta lì a mostrare come senza questa disciplina della nostra cultura si capisce poco o nulla, mentre il mercato della comunicazione abbonda di paccottiglia pseudoteologica. Ben venga, allora, il convegno in programma oggi e domani a Parma. A dispetto del titolo piuttosto vago, “Elaborare l’esperienza di Dio” (per dettagli clicca qui), è una primizia perché raccoglie un buon numero di docenti e assistenti di università statali che si occupano di teologia pur in assenza di una facoltà dedicata. Gente che ha passione per la materia disseminata nei vari dipartimenti e corsi di laurea di filosofia, filologia classica, scienze storico-religiose, sociali e antropologiche. Come uno dei promotori, Daniele Bertini, dell’Università di Parma. “Un corso di laurea in discipline umanistiche senza teologia è una grossa mistificazione storica, nonché una peculiarità italiana”. Di cui sono responsabili anche i vescovi che negli anni Settanta bocciarono la proposta di una reintroduzione dei corsi teologici nelle statali. “E’ del tutto legittimo che la chiesa voglia tutelare il proprio patrimonio – sostiene Bertini – però altrove si fa diversamente. Basta vedere Germania e Inghilterra. Comunque il problema vero ce l’ha lo stato italiano che, scegliendo di non inserire tali corsi, risulta carente dal punto di vista scientifico. Fino almeno all’Ottocento, infatti, la storia della filosofia è inestricabile dalla teologia. Nel XIX secolo la scolastica era ancora l’insegnamento ufficiale nelle università. Non a caso l’obiettivo polemico di Kant era Christian Wolff, cioè uno scolastico. George Berkeley insegnava greco, ebraico e teologia al Trinity College, era un pastore e divenne vescovo, eppure l’ottanta per cento della bibliografia sorvola su questi aspetti come inutili per comprendere il suo pensiero”. I soliti pregiudizi. “Beh, se è per questo – prosegue Bertini – anche a noi non va molto meglio. Chi si occupa di queste cose è visto come un taumaturgo del IV secolo, un personaggio stravagante e scientificamente inaffidabile, come se la teologia fosse l’ora di religione all’università”. Forse anche per questo le cattedre di Storia della teologia (quanto di più vicino, in questo sistema accademico, a un approccio organico alla disciplina) si contano sulle dita di una mano; a Parma il titolare è Alberto Siclari, poi c’è Gaetano Lettieri alla Sapienza di Roma, Paolo Bettiolo a Padova, Giovanni Salmeri a Tor Vergata (un altro degli organizzatori, con Paolo Trianni dello stesso ateneo) e pochi altri. “Nelle statali non manca non solo la teologia – puntualizza Bertini – ma anche una cattedra di Filosofia patristica. E così filosofi del calibro di Ireneo e Origene vengono derubricati a semplici predicatori”. L’interesse del convegno di Parma sta anche nel taglio. Una volta tanto non ci si sfinisce in discussioni sullo statuto epistemologico della teologia (legittimità, confini e argomenti propri della materia) ma si va al sodo. Ogni relatore mette sul tavolo la propria mercanzia, e a giudicare dalle relazioni anticipate sul sito del convegno la qualità è ottima. Peccato che alla tavola rotonda finale manchi un rappresentante della teologia ecclesiastica. Bertini è secco: “Un eccesso di prudenza. L’insegnamento della teologia nelle statali è un tema spinoso, nessuno vuole esporsi dicendo qualcosa di significativo”.

Eppure qualche tempo fa il patriarca di Venezia, Angelo Scola, aveva lanciato una proposta in questa direzione; ballon d’essai raccolto dal nostro giornale che aveva imbastito una piccola inchiesta interpellando intellettuali e addetti ai lavori. Nei fatti non è accaduto nulla, chi si dedica alla teologia nelle statali lo fa a sue spese, senza alcun vantaggio di carriera. O addirittura con qualche fastidio per aver osato togliere lo scheletro dall’armadio.

di Marco Burini

da Il Foglio