Il discorso del Papa alla Curia romana
di Francesco Ventorino
Tratto da L’Osservatore Romano del 25 dicembre 2010

Nel suo discorso alla Curia romana di lunedì 20 dicembre, in occasione della presentazione degli auguri natalizi, Benedetto XVI ha paragonato il nostro tempo al periodo del tramonto dell’impero romano, quando “il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo, che ad esso davano forza, causava la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica fra gli uomini”. Anche oggi, infatti, abbiamo l’impressione che “il consenso morale si stia dissolvendo, un consenso senza il quale le strutture giuridiche non funzionano; di conseguenza, le forze mobilitate per la difesa di tali strutture sembrano essere destinate all’insuccesso”.

Per opporci efficacemente a tale processo di degrado della vita personale e sociale, che investe macroscopicamente anche la Chiesa nello scandalo degli abusi contro i minori commessi da sacerdoti, bisogna cogliere il suo fondamento ideologico. Negli anni Settanta si asseriva – persino nell’ambito della teologia cattolica – “che non esisterebbero né il male in sé, né il bene in sé. Niente sarebbe in se stesso bene o male. Tutto dipenderebbe dalle circostanze o dal fine inteso”. In questa prospettiva si è fatta strada una concezione della coscienza individuale come “l’ultima istanza della decisione”.

Questa concezione della coscienza era stata già illustrata nel 1991 dal cardinale Joseph Ratzinger in una conferenza su coscienza e verità, tenuta in occasione del 750° anniversario dell’università di Siena, e successivamente pubblicata da un settimanale: “Qui la coscienza non si presenta come la finestra, che spalanca all’uomo la vista su quella verità universale, che fonda e sostiene tutti noi e che in tal modo rende possibile, a partire dal suo comune riconoscimento, la solidarietà del volere e della responsabilità. In questa concezione la coscienza dell’uomo non è l’apertura dell’uomo al fondamento del suo essere, la possibilità di percepire quanto è più elevato e più essenziale. Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nasconderlesi”. Questo modo di pensare, che deriva dall’illuminismo e dal liberalismo, non apre la strada al cammino liberante della verità, la quale o non esiste affatto o è troppo esigente per noi: “La coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità. Essa si trasforma nella giustificazione della soggettività che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che come minimo denominatore comune tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società” (Joseph Ratzinger, Elogio della coscienza, “Il Sabato”, 16 marzo 1991, pp. 84-85). La riduzione della coscienza alla certezza soggettiva significa, pertanto, la rinuncia alla verità.

A una simile concezione Benedetto XVI contrappone quella offerta da Giovanni Paolo ii nella sua enciclica Veritatis splendor, dove chiaramente si riafferma il pensiero tradizionale della Chiesa: la coscienza o la ragione umana non potrebbero avere un potere vincolante se non in quanto interpreti di “una ragione più alta”, alla quale il nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi. Risulta, del resto, a una riflessione elementare su noi stessi che i criteri originali del bene e del male, pur essendo immanenti in noi, non ce li diamo da noi; al contrario ci vengono dati, tanto da emergere alla nostra coscienza come indisponibili.

Appellandosi all’etimo della parola conscientia, san Tommaso fa notare che essa implica comunque il riferimento a un altro: “Coscienza, infatti stando al significato proprio della parola, include un ordine della conoscenza a qualche cosa; infatti conscientia deriva da cum alio scientia” (Summa Theologiae, i, q. 79, a. 13, c.). Nell’uomo la ragione, in tanto diviene capace di giudicare l’azione secondo i primi principi del bene e del male, in quanto essa è rivelatrice della legge eterna che è la ragione divina (cfr. i-ii, q. 19, a. 4; i-ii, q. 91, a. 2). La coscienza umana ha, quindi, come punto di riferimento una realtà trascendente e assoluta. In questa dipendenza è tutta la sua grandezza; la capacità, cioè, di riconoscere la verità e quindi di indicare il bene, un bene che non sia valido soltanto soggettivamente, ma anche oggettivamente e universalmente.

In questa luce va compresa, secondo Benedetto XVI, l’arguta puntualizzazione di John Henry Newman, determinato, nel caso di un brindisi, a brindare prima alla coscienza e poi al Papa. In Newman, infatti, “coscienza” non significa “l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva”, bensì “l’espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità”, e proprio in ciò “si fonda il suo primato”. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché “è suo compito esigere l’obbedienza nei confronti della verità”; e renderla, aggiungeremmo noi, storicamente possibile.

La tradizione cattolica, infatti, sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione a prescindere dal contenuto della rivelazione. E tuttavia, “per poter operare rettamente, la ragione deve sempre di nuovo essere purificata, perché il suo accecamento etico derivante dal prevalere dell’interesse e del potere che l’abbagliano, è un pericolo mai totalmente eliminabile” (Deus caritas est, n. 28). Essendo la coscienza la capacità di giudicare rettamente riguardo all’agire morale, l’educazione della coscienza retta appare la questione fondamentale del nostro tempo, che è caratterizzato non tanto dal male morale, quanto dalla menzogna sul male, cioè dal tentativo di giustificarlo come espressione dell’autonomia dell’uomo e quindi come sua piena realizzazione.

Oggi più che mai, il compito della Chiesa, non è manifestare i fondamenti della vita civile (essi sono a tutti accessibili alla luce della ragione), ma aiutare gli uomini, attraverso un dialogo costante, a riconoscerli in quanto inscritti nella loro natura.

Perché la Chiesa possa assolvere questo compito è necessario che tutti noi cristiani abbiamo a “interrogarci su che cosa possiamo fare per riparare il più possibile l’ingiustizia avvenuta. Dobbiamo chiederci che cosa era sbagliato nel nostro annuncio, nell’intero nostro modo di configurare l’essere cristiano. Dobbiamo trovare una nuova risolutezza nella fede e nel bene. Dobbiamo essere capaci di penitenza”, gridando come nel tempo della prova e della povertà: “Excita, Domine, potentiam tuam, et veni”, perché il Signore ci svegli “dal sonno di una fede divenuta stanca” e ci dia “il potere di spostare i monti – cioè di dare l’ordine giusto alle cose”.