di Vincenzo Andraous

Per superare la non-raccontabilità del carcere italiano occorre avere più coraggio  per ciò in cui si crede, per non lasciare inalterata questa condanna aggiunta ingiustamente alla condanna da scontare, affinché l’uomo che convive con la propria pena, colga il senso di ciò che si porta dentro.

Chi sbaglia e paga il proprio debito con decenni di carcere (quando giungerà il tempo di sostituire quel verbo “pagare” con “riparare” sarà sempre troppo tardi), attraversa davvero tempi e contesti di un lungo viaggio di ritorno, lento e sottocarico.

Non c’è più l’uomo sconosciuto a se stesso, ma uomini nuovi che tentano di riparare al male fatto, con una dignità ritrovata, accorciando le distanze tra una giusta e doverosa esigenza di giustizia per chi è stato offeso, e quella società che è tale perché offre, a chi è protagonista della propria rinascita, opportunità di riscatto e di riparazione.

Continuare a parlare del carcere che ancora non c’è, del carcere che occorre quanto meno migliorare, è obbligante non solo per l’uomo detenuto, ma anche e soprattutto per la ricerca di una Giustizia giusta ed equa, una Giustizia che è anche perdono, e che comprenda un granello di pietà, perché la pietà non è mai un atto di debolezza.

Questo mondo penitenziario deprivato di ruolo, di scopo, di utilità, è ridotto così perché è il risultato creato e prodotto dal sistema? Quale sistema? Il sistema per cui qualcuno pensa che per risolvere il problema della devianza, basta mettere in prigione il delinquente e gettare via la chiave, tutto è risolto? Il sistema che esclude, e conclude in noi stessi, la non volontà a recuperare la persona con un impegno reale e coerente?

Penso ai tanti uomini che in un carcere sopravvivono a se stessi, inchiodati alle loro storie dimenticate, sono convinto che non esistono slanci in avanti utopisti, esistono esistenze sconfitte dal tempo e dalle miserie che ci portiamo addosso.

Mi chiedo se è possibile perdonare, nella necessità di salvaguardare la collettività, ormai improntata alla sola risposta penale, al solo deterrente carcerario.

Forse sarebbe il caso di trasformare un contesto disumanizzato e disumanizzante, in un tempo che non estrania dalla propria identità, dal proprio valore di persona.

Se è vero che ognuno vive il suo presente in funzione delle scelte del passato, è anche più vero che rielaborando e rivisitandone gli anfratti, può accadere che il detenuto abbandoni la mera convinzione di avere pagato quanto dovuto.

Occorre riconoscere il bisogno di un percorso umano (non solo cristiano) nella condivisione e nella reciprocità, quindi nella accettazione di una possibile trasformazione e cambiamento di mentalità, non certamente quella di lasciarsi andare e volgere le spalle al proprio rinnovamento, imparando che anche dalle critiche più feroci, c’è insita la possibilità di dialogare e confrontarsi, soprattutto di crescere insieme, affinché anche il carcere, senza sterili contrapposizioni ideologiche, possa diventare un luogo, sì, di pena, ma anche a davvero un luogo di speranza, con il coraggio di scegliere fra tanti dubbi, un percorso significativo su cui giocarsi un pezzo di vita, per il bene di tutti, società libera e detenuta.