di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 13 dicembre 2010
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Tra i turbamenti che ci accompagnano verso questo Natale, uno dei più persistenti è l’impressione di adolescenza violata suscitata dalle cronache.

L’immagine di Sarah prima e di Yara poi, due ragazzine dagli occhi spalancati sul mondo con l’ingenuità curiosa della fine dell’infanzia, l’attesa angosciata dopo la loro scomparsa, hanno suscitato negli adulti, e in moltissimi giovani, nuove paure, e domande.

La paura è che una figlia adolescente sia un agnello che cammina tra lupi camuffati.

La domanda che ci si pone dopo questi eventi è: come proteggere l’adolescenza, questa condizione così in pericolo e indifesa? Come sempre tocca nella vita, per rispondere alla richiesta di soluzione dobbiamo prima attraversare ad occhi aperti la paura, e riconoscere la questione nella sua verità, anche se scomoda. Fingere che il pericolo non esista non fa che renderlo più pervasivo e profondo.

Non è da oggi che l’adolescente, soprattutto femmina, è ovunque oggetto di desideri perversi, che rischiano di cadere nella violenza.

Lolita, di Vladimir Nabokov, uno dei grandi successi letterari e cinematografici degli ultimi 50 anni, racconta la relazione sessuale di un adulto con una bambina, e fu pubblicato la prima volta 55 anni fa.

Le raccomandazioni di genitori e familiari alle ragazzine perché tenessero un’immagine di «basso profilo» non erano tanto dettate da bieco moralismo (come si è poi raccontato e fatto credere), ma da ragioni di sicurezza. Mostrare, anche senza malizia, la propria bellezza, significa per un’adolescente suscitare desideri e cupidigie da cui poi è assai difficile proteggersi, perché spesso insidiosamente camuffate. Questa realtà è inoltre raccontata fin dalle origini dell’Occidente: buona parte della mitologia greca (una cultura, tra l’altro, assai liberale), rappresenta appunto storie di adolescenti sessualmente in pericolo.

L’ideologia della liberazione sessuale degli anni ’70 però, col suo confuso egualitarismo tra giovani e adulti, e donne e uomini, ha minato la credibilità di attenzioni e cautele. Nelle diverse ideologie dei diritti (delle donne, degli adolescenti, dei bambini), presentare ai più piccoli, specialmente se donne, gli aspetti pericolosi della loro condizione, divenne rapidamente un attentato ai loro (appunto) diritti.

L’ideologia dei diritti umani però (ora in via di estensione anche agli animali, come sappiamo), se non tiene conto della «necessitas», dello stato delle cose, dei vincoli posti dalla realtà, diventa utopia.

È inutile e dannoso convincerci dell’esistenza di un diritto, che poi non siamo in grado di garantire.

Le figure educative dei genitori, degli insegnanti, degli adulti, noi tutti, ci siamo invece sentiti imbarazzati nel presentare agli adolescenti (e ricordare a noi stessi) quei pericoli che limitavano la loro libertà, ma che erano tuttavia reali.

Lo sconcerto di oggi, di fronte alle vicende di Sarah e di Yara, deriva dal fatto che noi adulti per primi abbiamo smesso di pensare alla condizione adolescente come insidiata e pericolosa, ed ora ci sentiamo a disagio.

Padri e madri raccontano allo psicoterapeuta l’ansia suscitata in loro dalle vicende delle due ragazze, col disagio di chi avrebbe preferito continuare a non pensare ai rischi che le loro figlie e figli correvano. Riconoscere un pericolo che si era cercato di rimuovere, invece, è già un primo atto terapeutico.

La consapevolezza, da parte della comunità degli adulti, dei rischi che gli adolescenti corrono è una prima, importante protezione. In grado di attivare in loro le cautele e diffidenze rese necessarie dalla propria fragilità.