A Lettere, Scienze Politiche, Architettura le denunce di eccessi delle forze dell’ordine: «Camionette lanciate contro la folla, armi puntate al volto di chi veniva fermato»
di Luca Liverani
Tratto da Avvenire del 21 dicembre 2010

Nè apologia di reato né con­danna delle violenze. Gli u­niversitari mercoledì 22 tor­neranno a manifestare pacificamente. Ma non escludono la possibilità che qualcuno scenda in piazza con l’o­biettivo di fare danni. E non hanno in­tenzione di deplorare chi tornasse a farlo. Alla vigilia della manifestazione di protesta per l’approvazione della riforma universitaria, gli studenti non demordono. Non ci stanno a farsi in­gabbiare in categorie vecchie. Ma nemmeno censurano la violenza in­nescata martedì 14 da frange minori­tarie.

Nelle facoltà le assemblee si susse­guono. E il clima non è dei più rilassa­ti. Università la Sapienza, facoltà di Lettere, Aula 6. La ragazza coi capelli neri dritti in testa è cortese ma irre­movibile: «Sei un giornalista? Non puoi stare qui. Non è un’assemblea pubbli­ca, dopo possiamo parlare, ma non o­ra». Stesso copione a Scienze politiche, da sempre cuore pulsante della riflessio­ne e della protesta studentesca. «No, non ci sono segreti – dice lo studente – poi possiamo parlare, ma ci sono ra­gazzi molto giovani che se sanno che c’è un giornalista si intimidiscono e non intervengono». A parlare è Luca Cafagna, assorto all’onore delle cro­nache per essere stato insultato ad An­no Zero dal ministro Ignazio La Rus­sa. «Cosa faremo mercoledì? Lo stiamo decidendo. Di sicuro vi spiazzeremo, inventeremo forme di protesta che non vi immaginate. Non ci faremo por­tare sul terreno dello scontro, come vuole il governo. Ogni tanto apre il li­bro dei ricordi e cita il ’77 o i black block del 2001. Strano che nessuno ci ha an­cora paragonato alle Bierre… Ti sem­briamo terroristi?». La violenza disto­glie l’attenzione dalla vera natura del­la protesta, «della valenza sociale,  pri­ma che politica, di queste proteste che sono frutto di due anni di mobilita­zione. Il governo non ci ascolta mini­mamente. O replica solo con gli insul­ti. La cosa più giusta è arrivata da uno che non è certo dei nostri: il capo del­la Polizia Manganelli ha detto che al­la fine sono rimasti a fare da contro­parte, a fare supplenza alla politica». I­nutile però chiedere una parola netta contro ha spaccato vetrine e tirato san­pietrini: «In una manifestazione così grande – dice Cafagna – ognuno ha vis­suto la protesta con la sua soggettività. Io credo che alla fine un furgone della Finanza dato alle fiamme sia un dato fisiologico».

Vale la pena allora di fare un salto ad Archittetura, a cercare conferme o smentite. È qui a Valle Giulia che nel 1968 ci fu la storica battaglia. Al pian terreno nell’Aula Mostre autogestita gli universitari sono indaffarati con te­li bianchi e vernice rossa per prepara­re gli striscioni. «Come vedi non fac­ciamo bombe molotov», dice sarcasti­co Matteo, barba rossa e felpa verde. «Delle violenze ne abbiamo parlato. Ma non ci sentiamo di condannare nessuno. Io manifesto pacificamente, ma se accanto a me uno dei centri so­ciali spacca una vetrina, è il suo modo di manifestare. Il disagio è lo stesso, i motivi della protesta gli stessi». Ma Pa­solini diceva che i veri proletari sono i poliziotti… Federico sbuffa: «Vallo a di­re a chi è stato tirato dentro a un cel­lulare e mentre diceva ‘io non ho tira­to nulla’ i celerini gli puntavano una pistola o un coltello contro». «E le ca­mionette a 80 all’ora contro la folla?» aggiunge Maria? Sì, ma gli scontri? «Bruciare il motorino di uno che non c’entra niente è da cretini. Ma le vetri­ne delle banche e i furgoni della Fi­nanza hanno un senso. Anche se non è il mio, anche quello un modo di ma­nifestare».