di Carlo Panella
Tratto da Libero del 2 novembre 2010
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Mancano le parole per descrivere l’orrore del massacro di cristiani nella chiesa di Baghdad: mai  visto un macello paragonabile neanche nel paese in cui i terroristi hanno massacrato in attentati kamikaze non meno di 50.000 civili.

In Iraq, come in altri paesi islamici vi sono state decine di attentati dei sunniti di al Qaida contro moschee sciite, o contro chiese cristiane. Ma mai con una tecnica così bestiale, mirata a straziare con i corpetti esplosivi dei kamikaze ripieni di pezzi di metallo i corpi di 46 cristiani, tra loro donne e bambini. Mancano le parole però anche per commentare le ragioni con cui al Qaida ha rivendicato la strage. Anche qui vi è un salto di qualità, che dilata i confini del fanatismo religioso. Lo ripetiamo, sia in Iraq, che in Egitto, Pakistan, Bangladesh, Sudan, Nigeria e Filippine si contano decine gli attentati islamici contro chiese cristiane, con migliaia di cristiani uccisi. Uno stillicidio di terrore che ha portato la comunità cristiana irachena a scegliere la via dell’esilio, passando da 800. 000 a meno di 500. 000 fedeli. Ma con la motivazione addotta per il massacro di Baghdad si va oltre “l’uccisione di idolatri”, perché tali sono considerati dall’Islam wahabita i cristiani (tesi anche del wahabismo ufficiale dell’Arabia Saudita, che infatti vieta ogni culto cristiano) con queste parole: “Un gruppo di mujaheddin in collera fra i fedeli di Allah ha effettuato un raid su uno dei rifugi osceni dell’idolatria, sempre usato dai cristiani dell’Iraq come quartier generale per la lotta contro la religione dell’islam e il sostegno a quelli che combattono questa religione”. Nel comunicato di al Qaida si spiega infatti che il massacro è stato compiuto per ottenere la liberazione di due mogli di due sacerdoti copti egiziani, Camellia Shehata e Wafa Constantine, che si sarebbero convertite all’Islam e che per punizione sarebbero state segregate in un monastero e si lancia un ultimatum di 48 ore alla Chiesa copta egiziana (che recisamente smentisce l’accusa) perché le liberi. Dunque, una visione internazionale, dunque, la minaccia di altri attentati in Iraq e in Egitto sino a quando l’obbiettivo non sarà raggiunto. Dunque di nuovo al Qaida che si presenta come combattente per un obbiettivo che è sentito –non certo le stragi terroriste, ma l’obbiettivo- da tutta la umma: impedire che i cristiani ottengano l’apostasia, la conversione al cristianesimo, delle donne musulmane. In nuce, è lo stesso nodo che ha portato alle tante uccisioni di ragazze pakistane come Hina in Italia e in Europa, che motiva le migliaia di matrimoni forzati vengano imposti anche in Europa alle figlie di musulmani. L’ossessione della “apostasia”, della conversione al cristianesimo soprattutto delle donne, diventa un delirio. Un delirio che ha però un raccordo col credo diffuso di quasi tutti i musulmani moderati che sicuramente condannano con forza e in buona fede le stragi qaidiste, ma che però condividono la stessa totale avversione per l’apostasia. Non c’è Stato musulmano che non condanni (Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Iran, Yemen, Arabia Saudita e Sudan con la morte) il musulmano che si converta al cristianesimo. Su questa intransigenza dogmatica di fondo dell’Islam, si innesta la ferocia terrorista di al Qaida. Per questo il contrasto al terrorismo islamico è così difficile: perché si raccorda a un sentire comune della umma, che ne depreca con forza i mezzi sanguinari, ma che vive l’apostasia, la conversione del musulmano, come un incubo ossessivo.