Il cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola alla festa del Redentore
Tratto da L’Osservatore Romano del 20 luglio 2010

Venezia, 19. “Il vero amore per sua natura” richiede la castità e il “per sempre“.

Questo, in estrema sintesi, il pensiero centrale  del “discorso del Redentore”, che il cardinale patriarca di Venezia, Angelo Scola, ha rivolto ieri sera alla città in occasione della tradizionale festa che ricorda la liberazione della Serenissima dalla pestilenza del 1575-1577.

“Bell’amore e sessualità” il tema scelto per la riflessione – di cui ieri il quotidiano “Avvenire” ha pubblicato ampi stralci e che è consultabile integralmente sui siti www. angeloscola. it e www. patriarcatovenezia. it – pronunciata nella chiesa del Redentore alla Giudecca. “Il bell’amore – ha chiarito subito Scola – non è un’idea astratta ma la persona di Gesù”. E per questo “imprime la sua forma in chi lo accoglie aprendolo a relazioni nuove e partecipate. Questo ci permette di dire che l’amore è bello quando è vero, cioè oggettivo e effettivo”. E “con la dottrina del bell’amore il cristianesimo ha dunque la pretesa di intercettare una delle dinamiche fondamentali della vita dell’uomo”.

Tuttavia – ha osservato Scola – “lo scandalo pedofilia, con l’effetto di un detonatore, sembra a molti aver ridotto in frantumi la proposta degli stili di vita sessuale e la visione dell’uomo a essi sottesa che da secoli la Chiesa persegue”. Anche se gli inviti alla “misericordia”, alla “giustizia in leale collaborazione con le autorità civili”, alla “espiazione” indicate “con addolorata forza” da Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici d’Irlanda, consentono d'”affrontare ogni singolo caso”. Secondo il patriarca, il Papa “non si sottrae alla corresponsabilità che ne viene a ogni membro dell’unico corpo ecclesiale e, in particolare, del collegio episcopale”. Si tratta, infatti, d’uno “scandalo che tocca l’intera Chiesa, chiamata a una profonda penitenza”. Di qui la necessità d’affrontare “la domanda circa la credibilità e la convenienza della proposta cristiana in tema di sessualità e di bell’amore”.

Di fronte alle recenti teorie delle neuroscienze – secondo le quali il “bell’amore”, con “l’attrazione sessuale e con l’attaccamento”, si ridurrebbe “a una delle tre reti primordiali del cervello attraverso cui si snoda l’intera parabola affettivo-relazionale tra uomo e donna” – Scola avanza la “proposta cristiana” di “un desiderio rettamente inteso” che richiede di recuperare la castità, “virtù che regola la vita sessuale rendendola capace di bell’amore”. Casto, spiega il patriarca, “è l’uomo che sa “tenere in ordine” il proprio io” liberandolo “da un erotismo apertamente rivendicato e vissuto fin dall’adolescenza in forme sempre più contrattuali e senza pudore”.

La castità “chiede la rinuncia in vista di un possesso più grande” e “getta piena luce anche sul carattere indissolubile della relazione coniugale tra l’uomo e la donna nel sacramento del matrimonio. In effetti l’amore per sua natura chiede il “per sempre””. E “nell’indissolubilità del matrimonio” la relazione tra uomo e donna “raggiunge la sua vera dignità. L’idea di una revocabilità del dono ferirebbe mortalmente il mistero nuziale e renderebbe inautentica la relazione stessa”.

In definitiva – ha osservato Scola – “il bell’amore” si identifica dunque “con l’amore casto”, con quell’amore che “entra in rapporto con le cose e le persone non per la loro immediata apparenza, in sé transitoria, né per il tornaconto che ne può ottenere”. Infatti, “il distacco chiesto nell’amore casto in realtà è un entrare più in profondità nel rapporto con Dio, con gli altri e con se stessi. Neppure l’umana fragilità sessuale rappresenta ultimamente un’obiezione fondata alla castità. Infatti la caduta non viene ad annullare la natura profonda dell’umano desiderio che continua a domandare riconoscimento della differenza sessuale e a urgere il possesso vero, quello che mai si dà senza distacco. La figura morale compiuta dell’umano non è l’impeccabilità ma la “ripresa”. Essa registra, sempre più col passare degli anni, il dolore per ogni singolo peccato mentre per la grazia del perdono di Dio approfondisce l’amore. Agostino descrive con potenza questa umana condizione: “David ha confessato: “riconosco la mia colpa” (Salmi, 50, 5). Se io riconosco, tu dunque perdona. Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Sia data alla nostra condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono”.