Il cardinale di Bologna legge l’orizzonte della misericordia di Dio alla luce delle parole di due grandi scrittori: Manzoni e Dostoevskij • Il perdono come balsamo contro la disperazione
di Carlo Caffarra
Tratto da Avvenire del 17 novembre 2010

L’ uomo oggi – intendo l’uo­mo occidentale – sta male, anche se cerca di vivere gaiamente il suo malessere, perché si è interdetto l’esperienza del per­dono da parte di Dio, e quindi l’e­sperienza della sua misericordia.

L’uomo non può vivere una buona vita senza questa esperienza. Egli è capace di agire male, ma è incapace di liberarsi dal male compiuto. Non dico di porre rimedio alle conse­guenze che la sua azione ha causato in sé e su gli altri. C’è un testo man­zoniano che ci aiuta a capire questo paradosso dell’uomo che può agire male e non può liberarsi dal male compiuto.

È la famosa notte dell’Innominato, nel momento in cui egli passa in rassegna tutte le sue scelleratezze. «Erano tutte sue; erano lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quelle immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione» [ Promessi Sposi, cap. XXI]. Ed anche nelle Osservazioni sulla morale cattolica: «Il reo sente nella sua coscienza quella voce terribile: non sei più innocente; e quell’altra più terribile ancora, non potrai esserlo più» [ VIII, 3]. Con le proprie scelte ciascuno di noi genera se stesso, e diventa genitore di se stesso: sei quello che decidi di essere. Gli atti di ingiustizia non erano solo atti di cui l’Innominato era responsabile: «erano lui». Esiste una misteriosa ma reale progressiva identificazione del nostro io con le scelte della nostra libertà. Se penso a un triangolo, non divento un triangolo. Se compio un furto, divento un ladro. Posso certo e devo restituire ciò di cui mi sono indebitamente impossessato, ma ciò non toglie il mio essere stato ciò che sono stato. Esiste come un’identificazione della persona coi suoi atti: «attaccata a tutti», come dice Manzoni.

La soluzione, la via di uscita sa­rebbe quella di un «ricomin­ciare da capo», come una sorta di rinascita e di rigenerazione. Ma «come può un uomo nascere quan­do è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» [Gv 3, 4]. Ma poiché l’uomo non può compiere questo miracolo, ha elaborato e in­ventato altre vie palliative di libera­zione dal male. Sono stati inventati vari surrogati dell’unico atto che potrebbe rigenerare l’uomo: il per­dono di Dio. Non li enumero tutti.

Mi limito a qualche riflessione sul tentativo più tragico, più disperato che l’uomo abbia mai compiuto di vivere senza il perdono di Dio: la ne­gazione del male morale. È un ten­tativo che è andato di pari passo con la negazione [dell’esistenza] di Dio. Intendo dire di un Dio coinvol­to nel destino della persona umana.

Ciò non è avvenuto per caso. La ne­gazione di Dio non ha coinciso ca­sualmente con la negazione del ma­le morale. I due, esistenza del male morale nell’uomo ed esistenza di Dio, stanno o cadono insieme. Nes­suno come Dostoevskij ci ha fatto riflettere su questo, soprattutto in due grandiosi romanzi, Delitto e ca­stigo e I fratelli Karamazov. «Se Dio non esiste tutto è permesso»: il frut­to della negazione di Dio per il vero ateo è la liberazione da ogni legge morale. Ma cosa accade in uomini come Raskolnikov o come Ivan Ka­ramazov? Vengono distrutti, alla fi­ne, dal delitto che hanno compiuto.

Elimina Dio dalla vita e la voce della coscienza si farà sempre meno im­periosa. Non sono certo la società e lo Stato ad impegnare la coscienza dell’uomo, a «legare» la sua libertà.

È il cuore del dramma dell’uomo di oggi. Ma c’è qualcosa nell’uomo che ha peccato che gli impedisce alla fi­ne di accontentarsi dei vari surroga­ti al perdono di Dio. È il trovarsi con se stesso, con un se stesso divorato dalla potenza distruttiva del rimor­so. Il castigo che segue al peccato – come hanno ben visto Manzoni e Dostoevskij – «precede la condanna di ogni tribunale ed è più terribile di ogni condanna. È questo ‘castigo’ la prova di Dio. Il peccatore può non riconoscere Dio nel suo castigo, ma se l’uomo non può impunemente offendere la legge, senza che il delit­to ricada su di lui, la distruzione psi­cologica che segue al delitto afferma ugualmente la ‘divinità della leg­ge’» (Divo Barsotti, Dostoevskij. La passione per Cristo, ed. Messaggero di Padova). Ma forse oggi si è già im­boccata un’altra strada. Si cerca di spiegare l’emergere del nostro esse­re coscienti di noi stessi, in prima persona, e quindi l’emergere della nostra libertà da una realtà di tipo neurobiologico, come si spiega un effetto con la sua causa. «Il mistero della coscienza verrà progressiva­mente rimosso quando risolveremo il problema biologico della coscien­za» (John Searle, Il mistero della co­scienza, Cortina). L’evento cristiano è la possibilità of­ferta all’uomo di essere rigenerato mediante il perdono di Dio: di na­scere di nuovo e di cominciare di nuovo. Il cristianesimo è la possibi­lità di dire in qualunque circostan­za: «ora ricomincio da capo», per­ché è il perdono di Dio sempre of­ferto all’uomo, ad ogni uomo. Dire ‘Dio perdona’ non significa: Dio decide di non tenere in conto le scelte della tua libertà, con una sor­ta di dissimulazione. Egli prende tremendamente sul serio le nostre scelte sbagliate, e ne assume il peso fino in fondo. L’assunzione di tutte le scelte sbagliate di ogni uomo è la Croce di Cristo. Ma nello stesso tempo il perdono di Dio consiste A nell’azione di Dio che trasforma la nostra libertà e rinnova alla radice il nostro io. Questo atto è più divino, è più grande dello stesso atto della creazione. All’accusa degli uomini, al loro peccato, Dio risponde col suo perdono. Esiste un limite contro il quale si infrange la potenza del male: il perdono e la misericordia di Dio.

Ancora Dostoevskij ha e­spresso mirabilmente la for­za rigeneratrice del perdono di Dio, nel discorso di un ubriaco, incapace di liberarsi dal vizio del bere che ha portato la sua famiglia nella miseria più nera, nel discorso di Marmeladov, il padre di Sonia, in Delitto e castigo. Marmeladov chie­de pietà. «Colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che tutto e tutti comprese avrà pietà di noi, egli è il solo giudice, egli verrà nell’ulti­mo giorno … Tutti saranno giudicati da lui ed egli perdonerà a tutti: ai buoni e ai tristi, ai santi e ai man­sueti … E quando avrà pensato agli altri, allora verrà il nostro turno: ‘Avvicinatevi anche voi’, ci dirà, ‘avvicinateci, voi beoni, avvicinate­vi, voi disperati’. E ci avvicineremo tutti senza timore… E i saggi e i benpensanti diranno: ‘Signore, per­ché accogli costoro?’. ‘Io li accol­go… Perché nessuno di loro si è cre­duto degno di questo favore’. E ci tenderà le braccia e noi ci precipite­remo e scoppieremo in singhiozzi e comprenderemo tutto… E capire­mo tutto… Signore venga il tuo Re­gno». La pagina, a mio giudizio fra le più alte della letteratura cristiana di ogni tempo, sembra la filigrana della pagina evangelica che narra il pianto della prostituta perdonata e che ha solo il coraggio di baciare i piedi del Signore. E chi vide quel­l’incontro non poté non accusare Cristo di comportarsi come fosse Dio. È nella sua misericordia che E­gli rivela la sua divinità.