di Tommaso Scandroglio
Tratto da La Bussola Quotidiana il 2 marzo 2011

Il dibattito sul fine vita – si sa – è un dibattito che ruota tutto attorno al concetto di libertà.

A seconda di come viene interpretata questa parolina si è favorevoli o contrari all’eutanasia e al testamento biologico, e si interpreta la relazione medico-paziente come legame basato sulla fiducia o come rapporto di tipo contrattuale. Saviano qualche giorno or sono tramite un video fece sapere che la battaglia sul cosiddetto testamento biologico ”è una battaglia che riguarda la vita, la costruzione della democrazia, è un passo verso la libertà perchè è un passo verso la scelta”. Gli fece eco l’Associazione Luca Coscioni la quale chiese ”che sia rispettato il diritto costituzionale all’autodeterminazione terapeutica”, che ”ciascuno possa scegliere come vivere e morire un base alla propria personale e insindacabile idea di dignità” e che ”sia garantita la libertà di scelta”.

Quid libertas? Ma cosa è esattamente questa “libertà di scelta”? Davvero siamo liberi di toglierci la vita? Innanzitutto occorre distinguere tra libero arbitrio e libertà. Il primo è la possibilità di scegliere tra il bene e il male. Se io scelgo di compiere il bene sarò libero, se scelgo il male sarà schiavo di esso. Quindi la libertà è frutto delle azioni buone. Solo il bene mi permette di essere pienamente libero, cioè pienamente me stesso e dunque felice. Perciò chi pensa che la vera libertà sia senza vincoli sbaglia: la libertà, per essere tale, deve ancorarsi al bene. Solo colui il quale usa del proprio libero arbitrio in vista del bene è libero e di conseguenza rispetta la propria dignità. Spieghiamoci meglio. Se io ad esempio rubo e uccido non mi comporto come un vero uomo, cioè in accordo a ciò che la mia natura umana esige. Pensiamo ad un carabiniere che delinque. La sua condotta illecita non è quella che la dignità del suo ruolo esigerebbe: tradirebbe la sua divisa. Quindi chi compie il male contraddice la propria dignità umana e la degrada, la ferisce nel profondo. Non è un caso che ad esempio Pasquale Barra fosse soprannominato ‘o animal: non più uomo, ma appunto bestia a motivo dei suoi crimini efferati. I sostenitori del “diritto” a morire quindi cadono in errore, perché nessuno ha il diritto, la libertà di svilire se stesso. Se usi male della tua libertà corrompi la tua identità di uomo.

Senza limiti la libertà è niente. In secondo luogo il potere di scelta ha dei limiti. Stuart Mill asseriva nel suo libercolo Sulla libertà che mai è permesso ledere gli interessi altrui. È il famoso aforisma il quale recita che “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”. Il rispetto di questo criterio dovrebbe quindi vietare ad esempio l’aborto, perché sopprimo qualcuno, e la fecondazione artificiale, perché espongo ad un elevato rischio di morte gli embrioni.

Nessuno tocchi se stesso. Ma vi è un’ulteriore limite alla nostra autonomia. Non è sufficiente che la mie decisioni non invadano la sfera della libertà altrui, ma occorre verificare che ciò che stringe in pugno la mia libertà non sia un bene indisponibile. Cosa vuol dire “bene indisponibile”? Significa che la vita è un bene di così alto valore, così prezioso che posso sì interpretarlo come voglio – posso decidere di sposarmi o non sposarmi, di studiare o non studiare, di vivere in Italia o all’estero etc. – ma rispettando un limite. Questo limite è il divieto della distruzione del bene stesso proprio a motivo del suo altissimo valore morale. Facciamo un esempio. Tizio è proprietario di un bellissimo quadro di Van Gogh. Egli è libero di nasconderlo in cassaforte, di esporlo in salotto, di farlo vedere a pagamento, di prestarlo ai musei e persino di donarlo. Ma non è libero di distruggerlo sebbene il quadro sia suo. Se avesse intenzione di farlo la sovraintendenza ai beni culturali fermerebbe la sua mano perché quel bene è vincolato, cioè è intangibile a causa del suo altissimo valore artistico. La vita sfugge quindi al mio dominio assoluto perché vale troppo. Perciò sulla mia esistenza non posso vantare un diritto di proprietà, ma semmai un dovere di tutela. Ed è proprio per questo motivo che il Codice Penale mette dietro le sbarre chi ci uccide seppur con il nostro consenso. Leggi eutanasia.

I condizionamenti. Ma poi siamo davvero certi che chi rifiuta cure salvavita, o mezzi di sostentamento vitali come acqua e cibo sia arrivato a questa decisione in piena libertà? Non è forse la paura di soffrire in futuro o uno stato di depressione che insorge alla notizia di essere affetto da una patologia incurabile a suggerire all’orecchio del paziente o dell’estensore delle Dat (Dichiarazione anticipata di trattamento) che è meglio staccare la spina? Se non ci accorgiamo dell’esistenza di questi forti condizionamenti psicologici si corre il rischio che il testamento biologico venga firmato non da noi, ma dall’angoscia che alberga in noi. Allora sarebbe meglio curare gli stati depressivi che strizzano l’occhio alla “dolce morte”, piuttosto che assecondarli abbandonando qualsiasi cura. La vera libertà fiorisce nella serenità d’animo, perché solo nella tranquillità psicologica possediamo la sufficiente lucidità intellettuale per decidere del nostro domani.