Intervista a mons. Ignacio Carrasco, presidente della Pontificia Accademia per la vita

di Carmen Elena Villa

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 15 luglio 2010 (ZENIT.org).- La missione che  Benedetto XVI ha posto sulle spalle di monsignor Ignacio Carrasco è enorme: come presidente della Pontificia Accademia per la vita deve orientare la Chiesa e il mondo scientifico sugli interrogativi posti dalla biomedicina.

Questo sacerdote, membro dell’Opus Dei, è filosofo e medico chirurgo. È stato rettore della Pontificia Università della Santa Croce di Roma, professore di bioetica all’Università del Sacro Cuore a Roma e membro del comitato etico per la sperimentazione del Policlinico Gemelli a Roma.

Ha all’attivo numerosi articoli sulla bioetica come quello inserito nel volume “Identità e statuto dell’embrione umano” (Libreria editrice vaticana, 1998).

La Pontificia Accademia per la vita ha l’obiettivo di studiare, informare e formare sui principali problemi della biomedicina e del diritto relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto nella relazione diretta che questi hanno con la morale cristiana e gli insegnamenti del Magistero della Chiesa.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Carrasco spiega in che modo intende affrontare il suo nuovo incarico e le sfide che esso comporterà.

Qual è la sua esperienza nella Pontificia Accademia per la vita?

Monsignor Ignacio Carrasco: Ho iniziato a lavorare nell’Accademia nel 1994, quando è stata istituita da Giovanni Paolo II, il quale incaricò il cardinale Fiorenzo Angelini, allora presidente del Pontificio Consiglio per la salute, e nominò come primo presidente Jérôme Lejeune [il grande genetista francese]. Ho iniziato a lavorare all’organizzazione dell’Accademia, quando sono stati nominati i primi membri e consultori. Il cardinale Angelini mi chiamò e mi chiese di collaborare come consultore di questo dicastero e di dargli una mano.

Ha scritto diversi libri a favore della vita. Ce ne può parlare?

Monsignor Ignacio Carrasco: Non sono un grande scrittore. Effettivamente ho scritto diversi libri ma se mi chiedesse delle copie farei fatica a recuperarle. Dal punto di vista sistematico, ho preparato la parte di bioetica con una serie di manuali che sono stati pubblicati contemporaneamente in italiano e spagnolo e che rispondono allo schema normale di questo tipo di testi.

Dall’altra parte, dal punto di vista dei temi concreti, ho svolto degli studi, sia sulla dignità dell’embrione, sia – dalla parte opposta – sulla morte cerebrale. Quest’ultimo, adesso, non lo tratto volentieri perché genera polemiche in alcuni ambienti.

Parlando della dignità dell’embrione, lei è stato nominato presidente di questo dicastero in un momento in cui nel suo Paese entra in vigore la nuova legge sull’aborto…

Monsignor Ignacio Carrasco: Questa nuova legge è un disastro. Spero che non abbia molte conseguenze e che non venga presa come modello da altri Paesi. È la prima volta che l’aborto viene riconosciuto come un diritto, che sostanzialmente è quello di uccidere un’altra persona. È inconcepibile.

Come si difende la dignità dell’embrione dal punto di vista scientifico?

Monsignor Ignacio Carrasco: Il problema non è scientifico. Da quel punto di vista è molto ben tutelato. Il problema è fondamentalmente di natura socio-politica e ideologica, contro cui non valgono gli argomenti scientifici. È un ambito in cui ciò che conta è il potere e se chi detiene il potere non ha intenzione di dialogare, o per lo meno di riflettere un po’, allora non ci sarà spazio per altri orientamenti.

In altre parole, alla fine, ciò che prevale è l’arma politica e l’arma politica che abbiamo oggi noi cittadini è debole. Chi conosce la politica può fare molto di più e questa è la loro gravissima responsabilità. In termini calcistici: la palla ce l’hanno loro.

Noi abbiamo gli studi scientifici, ma chi prende le decisioni non li ascolta. Tutto si riduce ai diritti umani, ma questi vengono intesi in modo tale che qualunque realtà può trasformarsi in diritto umano. Non so quando arriveremo, per esempio, al diritto di rubare; dietro queste leggi c’è una logica relativistica.

E dal punto di vista teologico e spirituale?

Monsignor Ignacio Carrasco: Uno dei problemi, per quanto riguarda l’embrione, è che non si vede. Più che di embrione, bisognerebbe parlare di bambino alla fase iniziale del suo sviluppo. Ma il fatto che noi non lo percepiamo, lo mette in una situazione terribilmente pericolosa e rischiosa.

La tutela dell’embrione è precedente alla stessa cultura cristiana. Questo non vuol dire che nessuno pensava all’aborto. Il peccato esiste da sempre. Tutti sappiamo che non è lecito rubare, ma in tutte le culture di tutti i tempi il furto è sempre esistito. Il cristiano prende coscienza del fatto che la creatura è immagine di Dio, prende coscienza che è una presenza dell’azione divina.

In qualche modo, le creature, all’inizio della vita, sono come una specie di promemoria dell’azione di Dio nel mondo e tra gli uomini, il quale agisce spesso senza che noi ce ne accorgiamo, perché ciò che percepiamo di più è la cattiveria degli uomini e non la bontà di Dio. Lui potrebbe effettivamente paralizzare un assassino prima che uccida una vittima, ma non lo fa perché il suo amore funziona in un altro modo.

Non è contraddittorio il fatto che, proprio oggi che la tecnologia ci offre tanti modi per percepire la vita umana nei suoi primi stadi, esista una corrente così forte contraria alla vita?

Monsignor Ignacio Carrasco: Certamente è una contraddizione. Esistono donne che abortiscono e che conservano la fotografia di quella creatura e fanno vedere alle amiche come era il bambino! Questo mi lascia totalmente sconcertato, ma d’altra parte coincide con l’esperienza umana che dimostra che siamo capaci di un bene incredibile e al contempo di vivere una irrazionalità incomprensibile. Esiste una tendenza sempre più forte a eliminare la sensibilità morale.

Come accoglie la sua ultima nomina?

Monsignor Ignacio Carrasco: Abbiamo un campo d’azione immenso. Non abbiamo le forze per affrontare tutte le sfide allo stesso tempo, ma alcune sì. Stiamo lavorando su temi molto specifici. Per settembre pensiamo di lavorare alacremente su due temi, con i gruppi di lavoro composti da accademici: uno è quello della sindrome post-aborto. La missione non è di dimostrare che esiste, ma di vedere esattamente cos’è e che consistenza ha.

Il secondo tema è la questione delle banche del cordone ombelicale, perché è un campo che si sta formando e in cui stiamo compiendo progressi tali da poter vedere quali sono i problemi emergenti: ad esempio, se la gestione debba essere pubblica o privata. La gestione privata spesso persegue l’utile, mentre quella pubblica dovrebbe tenere maggiormente in conto le necessità delle persone. Questo deve essere comunque un servizio per l’essere umano. Deve essere quello il valore fondamentale.

Come membro dell’Opus Dei, cosa ha imparato dalle virtù di san Josemaría Escrivá de Balaguer?

Monsignor Ignacio Carrasco: Ho imparato moltissime cose. Ovviamente quella più concreta è la santificazione del lavoro. Il lavoro non sarà mai per me un qualcosa di burocratico. Nel lavoro esistono sempre interessi, che sono legittimi, ma è necessario soprattutto vedere che il lavoro è qualcosa che Dio permette per il raggiungimento della santità. E personalmente ho capito che l’incarico di dirigere la Pontificia Accademia è nel concreto ciò che il Signore mi chiede.