La Cassazione dà torto al giudice Tosti che si era rifiutato di tenere udienza fino a quando il simbolo fosse stato esposto nei palazzi di giustizia. Ieri la sentenza: «Non è una minaccia alla libertà religiosa»
di Enza Cusmai
Tratto da Il Giornale del 15 marzo 2011

Chi troppo vuole nulla stringe. Proverbio che ben si attaglia alle pretese dell’ex giudice di pace di Camerino, Luigi Tosti. Il togato, lo ricordiamo, nei mesi scorsi si era rifiutato di tenere udienza fino a quando il crocefisso non fosse stato eliminato da tutti i palazzi di giustizia italiani. Non gli bastava poter lavorare in una stanza sguarnita della figura sacra, no, voleva l’azzeramento totale del simbolo della cristianità in tutte le aule, oppure, in alternativa, chiedeva di poter esporre anche la «Menorah», simbolo della fede ebraica. Due pretese che gli sono costate, nel gennaio scorso, la rimozione dall’incarico da parte del Csm. Tosti si così è rivolto alla Cassazione dove ha incassato un’altra sconfitta. La Corte, infatti, ha confermato la sua espulsione dall’incarico e ha difeso – vivaddio – il crocefisso nei tribunali e negli edifici pubblici. I giudici, a Sezioni riunite, hanno chiaramente affermato che il simbolo della cristianità nei tribunali non è un pericolo per la libertà religiosa di chi non è cristiano. «La presenza di un crocefisso – si legge nella sentenza n. 5924 – può non costituire necessariamente minaccia ai propri diritti di libertà religiosa per tutti quelli che frequentano un’aula di giustizia per i più svariati motivi e non solo necessariamente per essere tali utenti dei cristiani”. Di conseguenza, il giudice Tosti non poteva “rifiutare la propria prestazione professionale solo perché in altre aule di giustizia (rispetto a quella in cui egli operava) era presente il crocefisso». A Tosti, infatti, era stata messa a disposizione un’aula senza alcun simbolo ma lui aveva lo stesso rifiutato di tenere udienza chiedendo la rimozione del crocefisso da tutti i tribunali italiani perché a suo avviso, la presenza della cristianità «violava i diritti di libertà religiosa e di coscienza degli utenti di quelle aule». Una valutazione bocciata dagli ermellini che hanno, tra l’altro, escluso la possibilità di esporre altri simboli religiosi perché manca una legge: «È necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste», dicono chiaro e tondo. Inoltre, la stessa Cassazione mette in guardia il Parlamento da una scelta di questo tipo perché ci sarebbe il rischio di “possibili conflitti” che potrebbero nascere dall’esposizione di simboli d’identità religiose diverse. Meglio dunque fermarsi al crocefisso che meglio rappresenta il sentire comune degli italiani. Il punto fermo fissato ieri dalla Cassazione, però, potrebbe però sgretolarsi nei prossimi giorni. Venerdì, infatti, la Grande Chambre della Corte europea dei Diritti dell’uomo si esprimerà, con sentenza d’appello definitiva, sul caso dei crocefissi nelle scuole italiane. Artefice  di questo bailamme è una cittadina italiana di origini finlandesi, Soile Lautsi. Nel 2002 richiese al consiglio d’istituto di una scuola media di Abano Terme, frequentata dai figli, di rimuovere il crocifisso dalle aule. La richiesta era stata rifiutata e la donna si era rivolta al tribunale competente, il Tar del Veneto. Da lì una lunga battaglia arrivata fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo che si è già espressa, due anni fa, a sfavore del crocefisso nelle scuole perché la sua presenza «violava il diritto all’istruzione e il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo». Dopo il ricorso del governo italiano, ecco la seconda e ultima battaglia a sfondo religioso.

Ma se la Corte boccerà il crocefisso nelle aule, la Gelmini obbedirà ai giudici europei contro il volere del popolo italiano? Nel dicembre 2004, per esempio, un insegnante dell’istituto per geometri di Ivrea aveva chiesto di togliere il crocefisso dall’aula ma il Consiglio d’istituto aveva deciso all’unanimità che il simbolo religioso tornasse in classe. E l’anno prima ci fu un braccio di ferro tra Adel Smith e gli organi scolastici di Ofena, provincia dell’Aquila. L’uomo pretendeva la rimozione del crocefisso esposto nelle aule della scuola materna ed elementare, frequentate dai suoi figli. Una pretesa finora andata a vuoto.