di Padre Giovanni Scalese
Tratto dal blog Senza peli sulla lingua, il 29 dicembre 2010

L’amico sacerdote don Andrea, dopo aver letto il post di ieri, mi ha scritto:

«Alle osservazioni che hai fatto, ne aggiungo un’altra, anche se mi consta purtroppo che nessun padre sinodale abbia sollevato la questione: mi riferisco al tema dei salmi deprecatori che sono stati totalmente censurati dalla liturgia, e spesso gli stessi salmi vengono mutilati al loro interno. Esiste un criterio scientifico, teologico o pastorale per censurare la parola di Dio? È vero che forse certe espressioni possono destare meraviglia, ma la meraviglia può diventare una buona occasione per una catechesi e una riflessione. Non trovi che l’operazione sia una vera e propria edulcorazione del salterio? Di questi salmi e versetti si poteva studiare al limite una veste grafica diversa, ma trovo assai problematica la loro completa scomparsa».

Don Andrea tocca un problema serio: lui lo chiama, garbatamente, “edulcorazione del salterio”; io lo chiamerei piuttosto vera e propria “manomissione”.

È innegabile che la Chiesa abbia sempre operato una selezione delle pagine bibliche da proporre ai fedeli: non tutti i passi della Scrittura sono sempre “edificanti”. Una delle obiezioni che viene fatta da alcuni al nuovo lezionario è proprio quella che esso propone talvolta letture che potrebbero scandalizzare i piú semplici (al punto che alcuni sacerdoti preferiscono, non appena se ne presenti l’occasione, sostituire le letture feriali con quelle proprie dei santi). In passato la selezione, soprattutto per quanto riguarda il Vecchio Testamento, era ancora piú ristretta, onde evitare qualsiasi imbarazzo. Si tratta di una preoccupazione pastorale della Chiesa, che nessuno può ragionevolmente contestare.

Ma non era mai avvenuto che si procedesse a una “censura” del salterio. Siccome l’Ufficio divino era un tempo recitato esclusivamente dal clero (e in latino), non si poneva il problema dei salmi o dei loro passi imprecatori. Ora invece che viene raccomandata a tutti la celebrazione della Liturgia delle Ore, la Chiesa si è posto il problema — pastorale — dell’opportunità di leggere quel tipo di salmi. L’Institutio generalis de Liturgia Horarum (IGLH) afferma in proposito:

«I tre salmi 57, 82 e 108, nei quali prevale il carattere imprecatorio, vengono esclusi dal salterio corrente. Cosí pure alcuni versetti di qualche salmo sono stati omessi come viene indicato all’inizio del salmo. L’omissione di questi testi è dovuta unicamente a una certa qual difficoltà psicologica. Infatti questi stessi salmi imprecatori si trovano nella pietà del Nuovo Testamento, per esempio nell’Apocalisse al cap. 6, 10, e in nessun modo intendono indurre a maledire» (n. 131).

Dunque, tre salmi non vengono mai recitati nell’attuale Liturgia delle Ore e altri salmi sono stati “emendati”. Due soli esempi, fra quelli che recitiamo piú frequentemente: il salmo 62 (63), che preghiamo alle Lodi mattutine della domenica della prima settimana, non termina, come potremmo pensare, con: «A te si stringe l’anima mia. La forza della tua destra mi sostiene»; ma continua con le seguenti parole:

«Ma quelli che attentano alla mia vita scenderanno nel profondo della terra, saranno dati in potere alla spada, diventeranno preda di sciacalli. Il re gioirà in Dio, si glorierà chi giura per lui, perché ai mentitori verrà chiusa la bocca».

Il salmo 109 (110), che recitiamo tutte le domeniche ai Vespri, è ancora piú crudo. Il v. 6, che nella Liturgia delle Ore viene omesso, afferma: «Giudicherà i popoli: in mezzo a cadaveri ne stritolerà la testa su vasta terra».

Probabilmente i lettori, leggendo tali testi, non proveranno alcun dispiacere per la loro estromissione dalla liturgia. Eppure l’IGLH precisa che si tratta di un’omissione motivata esclusivamente da «una certa qual difficoltà psicologica». Non si tratta dunque di una “censura” o, peggio, di una “correzione” del salterio. Non esistono motivi teologici di sorta che possano in alcun modo giustificare una “revisione” della Bibbia. Se è vero che la Scrittura contiene la parola di Dio, che autorità abbiamo noi di “emendare” la parola di Dio? Al massimo, potremo, anzi dovremo sforzarci di interpretarla.

Eppure nella Liturgia Horarum, cosí come essa si presenta oggi a noi, una censura di fatto esiste, perché se uno volesse pregare il salterio nella sua interezza e i singoli salmi nel loro testo integrale, non può farlo: se vuol farlo, deve far ricorso alla Bibbia. Il che non sembra molto corretto. Ricordo che il compianto Padre Luis Alonso Schökel diceva giustamente che sarebbe stato piú corretto procedere come si era fatto nel caso del Canone Romano, dove i nomi dei santi non erano stati omessi, ma semplicemente racchiusi fra parentesi, lasciando al celebrante la libertà di leggerli o meno. Soluzione, questa, che è stata successivamente adottata nel volumetto Psalmi et cantici iuxta Novae Vulgatae editionis textum, Libreria Editrice Vaticana, 1999, che riporta l’intero salterio (piú i cantici dell’Antico e Nuovo Testamento usati nell’Ufficio) con l’apparato per l’uso corale (l’asterisco «*» per la mediana e l’obelisco «†» per la flexa): i testi imprecatori sono, appunto, riportati fra parentesi quadre (senza apparato). Il Salterio corale del Padre Paolino Beltrame-Quattrocchi, invece, ha adottato un diverso sistema: i testi imprecatori sono riportati (col rispettivo apparato) in corsivo, compresi i salmi 57, 82 e 108. Ciò si spiega perché i monaci seguono una diversa distribuzione del salterio, comprendente tutti i salmi senza eccezioni.

Una o l’altra delle soluzioni citate avrebbe potuto essere adottata, a mio parere, senza difficoltà anche dalla Liturgia delle Ore secondo il Rito Romano. Si sarebbe cosí lasciata a tutti la libertà di leggere o tralasciare i passi imprecatori. Se non altro, almeno in alcune occasioni, l’imbattersi in certe espressioni, avrebbe potuto diventare, come giustamente ricorda don Andrea, «una buona occasione per una catechesi e una riflessione».