di Cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita
Tratto da Il Foglio del 22 marzo 2011

Al direttore – Desidero anzitutto dichiarare  che anch’io sono un amministratore di Pio XII e in particolare per i Suoi “Discorsi ai medici”, discorsi che il Card. Angelini spesso sollecitava – assieme al prof. Gedda – e poi ha raccolto in un pregiato volume di quasi mille pagine. Nel mio modesto lavoro per la bioetica ho avuto modo di citare i principali discorsi ai medici di Pio XII, che non solo non sono stati smentiti, ma hanno rappresentato un punto di riferimento per il Magistero successivo. Già! Perché – sia detto fra parentesi – il Magistero è attento a cogliere fatti e interrogativi nuovi, ma anzitutto attento al principio di continuità nella dottrina; per cui non è da prendere sul serio il detto popolare (o radicale?) secondo cui un “Papa bolla e l’altro sbolla”, ma al contrario vale il principio formulato per la ricerca dottrinale, proprio da Pio XII, cioè che si deve “aggiungere vero al vero”. Potrei citare tanti esempi: la contraccezione, la inseminazione artificiale umana, i trapianti d’organi etc. ; tutti temi impostati da Pio XII e poi ampliati in coerenza da altri Pontefici fino a Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Se per caso qualcuno volesse prendere passione su questa strada, reclamizzo il prossimo convegno che si terrà nell’aula Pio XI della Pontificia Università Lateranense dal titolo: “Verso il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II: da Pio XII a Giovanni Paolo II” (il 31 marzo corrente).

Ma nel Discorso citato da Luigi Manconi (cfr. il Foglio, martedì 15 marzo, ndr) Pio XII parla della terapia del dolore e tutti noi scrittori di cose mediche ed etiche, cattolici e laici, ci troviamo d’accordo. Nel mio “Manuale di Bioetica”, vol. I, pag. 886, riporto per esteso le parole di Pio XII pronunciate il 24 febbraio 1954 ai partecipanti al IX Congresso della Società italiana di anestesiologia: “Voi ci domandate: la soppressione del dolore e della coscienza mediante narcotici quando ciò è richiesto da un’indicazione medica, è consentita dalla religione e dalla morale al medico e al paziente, anche quando si avvicina la morte e si prevede che l’uso dei narcotici accorcerà la vita? Bisogna rispondere: se non ci sono altri mezzi e se, nelle circostanze concrete, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri morali e religiosi, sì”. In un successivo discorso al Collegio internazionale neuropsicofarmacologico, il 9 settembre 1958, precisa ulteriormente la indicazione esigendo “il consenso del paziente”.

I moralisti cattolici tutti insegnano tuttora questa dottrina e hanno anche spiegato che in questo caso l’“accorciarsi della vita” non è l’oggetto diretto della terapia, ma è un effetto indiretto non voluto di per sé e giustificato dall’azione buona e necessaria della terapia del dolore (principio del volontario indiretto).

Con questo insegnamento, tuttora valido, non si può concludere che Pio XII era favorevole all’eutanasia che invece prevede “un’azione o un’omissione” che di natura sua e per l’intenzione (perciò si tratta di atto volontario diretto) mira a interrompere la vita sia pure con il risultato finale di far scomparire il dolore. Questo tipo di azione o omissione contraddice da sempre la deontologia medica, l’etica naturale e anche quella ippocratica, perché non si può fare il male neppure per ottenere un bene. Ciò in particolare quando il male è la soppressione diretta della vita, come avviene sull’eutanasia attiva o omissiva che sia.

Su questo punto con le parole di Pio XII potrei riempire la pagina del giornale. Basti questa espressione desunta dal Discorso all’Associazione S. Luca dei medici cattolici bolognesi il 12 nov. 1944: “Niuno al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana potestà può autorizzarlo (il medico) alla diretta distruzione di essa. Il suo ufficio non è di distruggere la vita, ma di salvarla”. Nello stesso Discorso del 2 febbraio 57 nella promessa ricorda: “In caso di malattia grave il paziente e coloro che lo curano hanno il diritto e il dovere di mettere in atto le cure necessarie per conservare la vita e la salute”.

Questi principi di Pio XII recentemente sono stati ricordati a proposito del mantenimento delle cure ordinarie (idratazione e alimentazione) ai malati in stato vegetativo persistente in una risposta della congregazione per la Dottrina della fede ad alcune domande di spiegazione rivolte dai vescovi degli Stati Uniti.

Nulla è caduto dell’insegnamento di Pio XII e certamente non è caduto il senso di rispetto e venerazione per le sofferenze dei pazienti alla cui assistenza anche nei casi più gravi le istituzioni ecclesiastiche, le suore di Lecco e molte altre istituzioni e famiglie nel silenzio prodigano le cure obbligatorie di sostegno della vita e di sollievo della sofferenza. Dunque la morale di rispetto e cura della vita non ha il volto “arcigno” ma l’atteggiamento del rispetto e del dovere verso il malato e verso il morente, compiuto fino in fondo e con amore.