Aveva confidato al nostro giornale di essere pronto a lottare fino all’ultimo giorno della sua vita
Tratto da L’Osservatore Romano del 3 marzo 2011

Islamabad – “Dare voce a coloro che non hanno voce”: sintetizzava così il suo mandato il ministro federale delle Minoranze in Pakistan, Bhatti, assassinato da un gruppo di uomini durante un agguato compiuto stamani a Islamabad e rivendicato dai fondamentalisti talebani.

L’uccisione del ministro Bhatti, ha dichiarato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, “è un nuovo fatto di violenza, di terribile gravità. Esso dimostra quanto siano giusti gli interventi insistenti del Papa Benedetto XVI a proposito della violenza contro i cristiani e contro la libertà religiosa in generale”. Il ministro Bhatti, ha specificato padre Lombardi, “era il primo cattolico a ricoprire un tale incarico. Ricordiamo che era stato ricevuto dal Santo Padre nello scorso settembre e aveva dato testimonianza del suo impegno per la pacifica convivenza fra le comunità religiose del suo Paese”. E ha concluso: “Alla preghiera per la vittima, alla condanna per l’inqualificabile atto di violenza, alla vicinanza ai cristiani pakistani così colpiti dall’odio, si unisce l’appello perché tutti si rendano conto dell’urgenza drammatica della difesa della libertà religiosa e dei cristiani oggetto di violenza e persecuzione”.

Il ministro era stato recentemente confermato nell’incarico istituzionale, dopo un rimpasto di Governo. Sentimenti di sconcerto e di dolore, ma anche di timore attraversano in questi momenti il Paese a maggioranza musulmana, dove da lungo tempo è in corso una campagna di pressione – della quale proprio il ministro Bhatti era tra i sostenitori più autorevoli – per l’abolizione della legge sulla blasfemia, che in tempi recenti ha portato all’arresto anche di due donne cristiane, Asia Bibi e Agnes Nuggo. Per il presidente della Conferenza episcopale in Pakistan, l’arcivescovo di Lahore, Lawrence John Saldanha, l’assassinio del ministro “è un perfetto, tragico esempio dell’insostenibile clima d’intolleranza che viviamo in Pakistan. Chiediamo al Governo, alle istituzioni e a tutto il Paese, di riconoscere e affrontare con decisione tale questione”. L’anno passato, ha ricordato il vice presidente della Conferenza episcopale, il vescovo di Faisalabad, Joseph Coutts, “hanno ucciso il governatore del Punjab, perché aveva assunto  la stessa posizione del ministro Bhatti. Questo ci dice quanto sia forte il fanatismo, mentre il Governo non è in grado di arginarlo”.

Anche il primate della Comunione anglicana, l’arcivescovo di Westminster, Rowan Williams, ha espresso parole di sconcerto e di rammarico per l’omicidio del ministro, attivo sin dal 1985 nella difesa di tutte le minoranze religiose del suo Paese.

In una nota diffusa in giornata, il ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, ha espresso a nome suo e del Governo italiano “la più ferma condanna per il barbaro attentato”, sottolineando che si tratta “di un atto di violenza intollerabile contro una persona che si era distinta per la sua visione e impegno a costruire una società basata sul dialogo e la tolleranza nei confronti di tutte le minoranze e le diverse religioni”. In un’intervista rilasciata nel settembre dello scorso anno al nostro giornale, il ministro Shahbaz Bhatti aveva tracciato con parole ferme il proprio impegno civile: “I cristiani e le altre minoranze sono molto vicine al mio cuore e l’obiettivo è quello di garantire loro pari diritti e libertà. Mi impegnerò a difendere le minoranze sia all’interno delle istituzioni che fuori”. Più che ministro, “voglio essere la loro voce, fino all’ultimo giorno della mia esistenza”. Parlando, in particolare, dell’incontro con Papa Benedetto XVI, Bhatti aveva affermato che esso “ha rappresentato un momento di profonda ispirazione”. Il Papa, aveva aggiunto, “riveste un ruolo importantissimo per la comprensione tra le diverse religioni”. Come già accennato al centro del mandato del ministro Bhatti vi era la revisione della legge sulla blasfemia. Un tema al quale in questi giorni il quotidiano cattolico francese “La Croix” ha dedicato un ampio reportage, raccogliendo testimonianze nella comunità in cui viveva Asia Bibi, prima di essere arrestata e condannata con l’accusa di violazione della legge.