Le case vere dei malati, i casi mediatici
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 21 novembre 2010

Vedendo l’altra sera da Fazio il ‘pensiero unico’ di Mina Welby e Beppe Englaro che passava sul servizio pubblico senza nemmeno la parvenza di un confronto – e pensando alla gente a casa che incassa­va la lezione – veniva in mente una domanda che il massmediologo americano Meyrowitz poneva vent’anni fa. La domanda era se i media rappresenta­no la realtà, o la trasformano, creandone una nuova. Oggi questa domanda sembra ingenua; certo che i media, e soprattutto la televisione, ‘costruiscono’ la realtà, a seconda delle angolazioni e degli accenti. Però se una sera sulla Rai la questione dei malati in stato vegetativo viene delegata esclusivamente, come ne fossero gli unici competenti, agli alfieri del ‘diritto a morire’, allora la manipolazione non può passare i­nosservata. Benché non sia poi che una replica di un consueto copione.

Una élite di spin doctors di area e di visione radicale, più laicista che laica, appoggiata da giornalisti di cul­tura affine, dètta a una maggioranza ancora ignara i comandamenti della modernità: dall’aborto alla pro­creazione assistita senza vincoli, alla morte data a E­luana Englaro, in attesa di misurarsi con l’eutanasia. È il pensiero corretto: tanto corretto che non c’è biso­gno di contraddittorio. Più che informazione, un ser­mone dal pulpito – in questo caso, della tv di Stato. In cui gli officianti insegnano che certe vite non hanno alcun senso.

Sennonché questa volta la ‘realtà’ mediatica si è scon­trata con quella, autentica, di migliaia di case in cui c’è un uomo o c’è una donna in quelle stesse condi­zioni; e dove invece madri e fratelli assistono da anni un malato, e non ne invocano la morte. Questa volta la ‘realtà’ mediatica pretesa coma la sola possibile ha urtato contro la realtà silenziosa e massiccia di mille storie di cui non si parla – perché non vanno nella ‘corretta’ direzione.

Sermoni a senso unico più silenzio imposto sono, ap­punto, l’operazione di formazione e trasformazione del sentire comune che è in pieno svolgimento. Ci hanno già parecchio ‘educati’, e poiché non ne han­no convinti abbastanza insistono più forte. Tutto tor­na, eppure a noi viene ancora da non crederci, viene ancora da chiedere perché occorra così nettamente i­gnorare l’altro sguardo di tante famiglie su altre Elua­na, o su invalidi che non chiedono affatto di morire, ma di essere aiutati a vivere. Una censura inusuale, quasi come di fronte a qualcosa di cui non si deve par­lare.

Il tabù di cui oggi bisogna tacere è lo scandalo del­l’invalidità estrema, dell’assoluta dipendenza, del ra­dicale bisogno. È il porre, certe malattie, noi sani da­vanti al limite, alla verità della nostra stessa natura. Al non essere, nel tempo degli uomini che si credono pa­droni, in realtà padroni neanche del proprio respiro. Intollerabile verità che ci si svela in un attimo, maga­ri sull’asfalto di un incrocio, e cambia la vita per sem­pre.

Di fronte a questo scandalo si può invocare il diritto a morire, negando qualsiasi senso a quella vita rimasta, così inerte – così vergognosamente inerme. E questa è la ‘modernità’ cui veniamo educati. Ci sono però delle case, in Italia, e tante, in cui pur senza magari ca­pire tutto di quell’abisso di umanità e di dolore si fron­teggiano silenzi lunghi anni, e bisogni di cure mono­tone e umili, mille volte uguali, a padri e sposi e figli tornati come bambini. Migliaia di case in cui si sta di fronte a quella debolezza, a quella assenza; amando, di un malato, semplicemente la cadenza uguale ma viva del respiro. Fronteggiando il limite, nel suo volto più duro e misterioso, e continuando ad amare.

Ma ci dicono che invece il modo giusto è un altro, e u­no solo; e che la morte in quelle case è un diritto da reclamare. Ci fanno credere che tutti siano d’accordo. E che assurdo e indicibile sia, di fronte a certi destini, restare accanto, in una oblatività senza apparente ri­torno, fedeli solo al fatto che quello è un uomo. Dico­no di informarci, ma vogliono formarci, a colpi di au­dience. Ogni serata un poco più educati al libero pen­siero obbligatorio, che ha un unico tabù: la malattia e l’impotenza che costringono gli uomini a riconoscer­si creature, e il tenace restare accanto di quelli che continuano a sperare.