Siamo di fronte a un pasticciaccio che mette gli Stati Uniti in grave imbarazzo. Cosa accadrà quando su internet compariranno i documenti della diplomazia americana e i “file” che riguardano i rapporti tra Italia-Usa?
di Mario Sechi
Tratto da Il Tempo del 25 novembre 2010

Telefonata: «Wikileaks pubblicherà i report dell’ambasciata americana a Roma». Clic. La fonte è ottima. Passo alla fase successiva. Il controllo della notizia per me è positivo. Visto, si stampi. Le notizie arrivano così e tu non puoi farci niente, è la stampa bellezza e le devi pubblicare. Ora dobbiamo interrogarci su quel che accadrà quando su internet compariranno i documenti della diplomazia americana e i «file» che riguardano i rapporti tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Non so cosa contengono, ma chi segue la politica estera e conosce il funzionamento della diplomazia può fare uno scenario abbastanza vicino alla realtà. Le missioni diplomatiche di tutto il mondo fanno un lavoro continuo di analisi e valutazione del Paese in cui operano. Le ambasciate sono organizzate in varie sezioni, ognuna delle quali ha un obiettivo primario che corrisponde alle linee di politica estera del Paese. Il Presidente americano mette la cornice e chiede un certo tema, ma poi il lavoro lo fa il Dipartimento di Stato con le ambasciate. Gran parte di questo materiale è segreto. Meglio dire: era segreto.

Prima sono stati svelati i documenti della Difesa americana, ora quelli del Dipartimento di Stato. Due fortezze della politica mondiale, due icone della «sicurezza» sono state sforacchiate in vario modo e i loro segreti sono online. Il Pentagono e Foggy Bottom sono stati letteralmente beffati. Questa è la conferma che il sistema di protezione americano ancora dopo l’11 settembre 2001 è vulnerabile e l’era digitale espone la prima potenza globale a una serie di rischi incalcolabili. Vedremo presto cosa c’è scritto nei documenti che riguardano l’Italia.

Se i dossier della Difesa Usa non contenevano grandi novità – raccontavano in gran parte cose già lette e scritte – quelli del Dipartimento di Stato potrebbero risultare molto più interessanti perché solitamente esprimono valutazioni sullo scenario politico, risposte da dare alle potenziali domande che giungono alle ambasciate da vari soggetti, azioni da intraprendere. Sono la summa dell’arte della diplomazia e hanno un linguaggio «onesto», cioè non edulcorato ma diretto e preciso. Dovendo essere letti in fretta e da chi decide, sono privi di svolazzi retorici e mirano a ricostruire con chiarezza i problemi e offrire varie opzioni e suggerimenti. Sovente vi sono valutazioni nette sull’operato di un governo, di una persona, di un’istituzione, a prescindere dal suo colore politico.

La base di giudizio è l’interesse degli Stati Uniti, questo è lo spartiacque tra ciò che è bene e ciò che è male in politica estera. Vale per il Presidente Barack Obama e il segretario di Stato Hillary Clinton, come per qualsiasi altro politico che svolge questa missione in maniera professionale. Quando Wikileaks pubblicò in rete i documenti del Pentagono, al di là delle roboanti dichiarazioni del fondatore del sito, si capì subito che di segreti in realtà ce n’erano ben pochi. Gli Stati Uniti infatti si scambiano materiale segreto su un network che si chiama SIPRnet (Secret Internal Protocol Router Network) ma che resta a un livello di riservatezza medio e dunque non riguarda il dominio del top secret. Il governo americano ha tre livelli di classificazione del materiale riservato.

Li cito in ordine di importanza: confidential, secret e top secret. Non so quale sia il livello che appongono i funzionari del Dipartimento di Stato ai loro cablogrammi, ovviamente molto dipende dal contenuto, ma in generale l’amministrazione americana ha una cultura che si può riassumere nella formula «più è alto, meglio è», cioè nella tendenza a ritenere top secret una mole di documenti che in realtà non hanno alcun bisogno di quel tipo di valutazione. Tanto per fare un esempio numerico, solo 204 dei 391. 832 documenti del Pentagono pubblicati da Wikileaks erano classificati come confidenziali, cioè al livello più basso. Questo significa che i dossier restano coperti dal segreto e non divulgabili per un periodo che oscilla tra i 10 e i 25 anni. Non tutto in realtà può esser considerato degno di segreto.

In ogni caso, svelare la tela diplomatica, i contatti, le valuzioni e gli obiettivi politici dell’ambasciata americana a Roma produrrà certamente dei danni e – al di là delle dichiarazioni ufficiali che seguiranno – non aiuterà i nostri alleati a fare un buon lavoro e metterà a disagio le istituzioni italiane che hanno costanti rapporti con la diplomazia americana. Siamo di fronte a un pasticciaccio che mette gli Stati Uniti in grave imbarazzo. Quando la prima potenza economica e militare del mondo non riesce a proteggere dati vitali per la sua sicurezza e quella degli alleati, significa che qualcosa nelle fondamenta dell’impero scricchiola.