Il caso Giuliani e il furore ideologico combattuto da una giusta sentenza
Tratto da Il Foglio del 25 marzo 2011

Anche la corte europea di Strasburgo ha assolto Mario Placanica per la morte di Carlo Giuliani, riconoscendo, come aveva fatto la giustizia italiana, la legittima difesa.

La corte ha anche assolto l’Italia dalle accuse di non aver condotto un’inchiesta esaustiva sui fatti e da quella di aver gestito in modo inadeguato le operazioni di polizia durante il G8 genovese di dieci anni fa. La vicenda e le recriminazioni condotte sul piano giudiziario sono durate ormai per troppo tempo, e c’è da sperare che la sentenza definitiva di Strasburgo ponga fine a questo capitolo per lasciare spazio alla condivisione del dolore per due giovani vite, una spezzata e l’altra rovinata. Carlo Giuliani era un ragazzo che per esaltazione nutrita di furore ideologico pensava di risolvere i problemi del mondo assalendo una camionetta della polizia, Mario Placanica è un altro ragazzo che si è trovato a dover usare le armi che portava lecitamente per difendere la sua vita in una circostanza tremenda che lo segnerà per sempre. Capire e superare le ragioni che hanno portato questi due ragazzi a scontrarsi con esito mortale, il clima di scontro forsennato che ha caratterizzato una stagione tragica della vicenda non solo italiana che può sempre tornare, interrogarsi su come si possano esprimere sentimenti e passioni, anche le più antagonistiche, senza cadere nella spirale della violenza, questo dovrebbe essere il tema della riflessione di oggi. Cercare  di sfuggire a questo difficile esame di coscienza, ripetendo all’infinito lo slogan sulla colpa che è sempre dello stato, del governo, insomma di qualcun altro è forse un modo per cercare di placare il dolore trasformandolo in rabbia. Non è così, non si trova nei tribunali la consolazione per il lutto, anzi continuando per questa strada ormai chiusa non si esce mai dal terribile cerchio dell’odio. I sostenitori delle idee di Giuliani che scenderanno in piazza a Genova per ricordarlo dopo dieci anni difficilmente si renderanno conto dell’esigenza di commemorarlo battendo il furore ideologico che è stato la causa prima della sua tragedia. E’ un peccato, perché tante energie e tento entusiasmo rischiano di immiserirsi in una perenne e inane ritorsione, alla fine autolesionista.