ROMA, martedì, 20 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo di don Enrico Finotti, parroco di S. Maria del Carmine a Rovereto, apparso sulla rivista “Liturgia ‘culmen et fons'”.

Il modo ordinario per alimentare la fede della maggior parte dei  fedeli passa attraverso la Messa domenicale. Essa è la normale catechesi e la preghiera basilare dalle quali la fede viene continuamente rinverdita e la spiritualità irrobustita. Ci si domanda tuttavia quali sono le condizioni perché tale incontro domenicale sia fruttuoso e non scada in un costume abitudinario senza incisività nella vita di fede. Questo è un pericolo sempre latente e richiede continua vigilanza. Il precetto domenicale, infatti, se da un lato stimola alla fedeltà, dall’altro può indurre ad una osservanza passiva, solo formale e quindi infruttuosa. Ecco allora il valore di una partecipazione cosciente e attiva alla celebrazione liturgica, che si esplica nell’arte del celebrare (ars celebrandi). Questa espressione però non riguarda solo alcuni fedeli: sacerdote, ministri, ecc., ma coinvolge tutti i partecipanti alla celebrazione.

Per ars celebrandi si intende la capacità di compiere bene le varie azioni del rito e per questo occorre conoscerle nel loro significato ed essere abili nel porle nel modo dovuto. Ecco che vi è una ars celebrandi propria del sacerdote, che presiede; una propria del lettore, che proclama la Parola di Dio; una propria del coro, che guida i canti sacri; una propria degli accoliti, che servono all’altare; una propria del ministri straordinari della comunione, ecc. Tutti coloro che svolgono un ministero devono essere competenti nel loro servizio per offrirlo con efficacia e nobiltà. Ma anche ogni fedele presente nell’Assemblea deve avere una ars celebrandi minimale, che consiste nel conoscere la struttura della Messa e le sue parti e nel saper intervenire con convinzione ed efficacia nelle parti che competono a tutta l’Assemblea. Un fedele, infatti, deve almeno conoscere i gesti del corpo: fare il segno della croce, quando stare in ginocchio, in piedi, seduto, muoversi in processione; deve conoscere il senso delle risposte che deve dare: Amen, E con il tuo spirito, ecc.; deve conoscere i testi e i canti fondamentali per partecipare nella recitazione e nel canto sacro con un intervento corale.

Si comprende allora come la riuscita di un rito liturgico non possa essere pretesa dalla prestazione del solo sacerdote, ma deve essere esigita dalla responsabilità e del concorso di tutti i presenti. La liturgia decade non solo per l’impreparazione del sacerdote, ma anche per quella dei lettori, dei cantori, dei ministranti, dei sacristi, ecc. Essa abbassa il suo livello soprattutto quando l’Assemblea dei fedeli è fredda, estranea e assiste come muta spettatrice allo svolgimento rituale. Anche quando i singoli fedeli si isolano in comportamenti individualistici e si estraniano con comportamenti superficiali o in atteggiamenti di distrazione, concorrono a ridurre la forza dell’ars celebrandi che compete a tutti per il bene di tutti. Essa inizia col modo di entrare in chiesa, col silenzio che rispetta il luogo sacro, con l’uso dell’acqua benedetta, con la genuflessione al SS. Sacramento, col clima di orazione che deve aleggiare sovrano.

In questo campo ognuno ha la sua parte nell’ars celebrandi e nessuno può delegare ad un altro gli atteggiamenti che sono di sua esclusiva competenza. Per questo oggi si parla di Assemblea celebrante: per affermare la parte di tutti e di ciascuno, nessuno escluso, nella realizzazione degna dell’azione liturgica. Oggi, a causa della diffusa assenza di molti fedeli dalla Messa domenicale, si nota una sempre più estesa impreparazione degli stessi, soprattutto in riti come quelli delle esequie, dei battesimi, dei matrimoni o altre circostanze. Si notano fedeli ormai assenti da ciò che si svolge all’altare: chiacchiere in chiesa; stare seduti quasi sempre e in momenti come la prece eucaristica e la stessa consacrazione; non conoscenza delle risposte liturgiche e atteggiamenti impropri nel comportamento, nel vestito, ecc.; non è infrequente un accesso superficiale e inopportuno alla comunione, senza alcun discernimento morale e rispetto esteriore.

Tutto questo rivela la necessità di una coraggiosa presa di posizione da parte di tutti i presenti per assicurare un clima di vera preghiera, che scoraggi e riduca quella superficialità dilagante che attenta alla dignità e sacralità del Mistero posto nelle nostre mani. Tale riforma non può diventare operativa col solo intervento del sacerdote, ma occorre che ogni fedele attui una vera ars partecipandi, ossia acquisisca la capacità di partecipare interiormente ai riti che si svolgono e alle preci che si pronunziano. Ecco allora che all’ars celebrandi, propria di ciascuno al proprio posto, si aggiunge l’ars partecipandi, mediante la quale ciò che si fa esteriormente produce un effetto interiore di grazia e di trasformazione spirituale.

La celebrazione allora, se mediante l’ars celebrandi diventa oggettiva, bella, degna, corretta, solenne, mediante l’ars partecipandi diventa efficace, fruttuosa, santificante per ognuno dei presenti. E’ questa partecipazione interiore l’obiettivo di quella partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa (SC n. 11), tanto auspicata dal Concilio Vaticano II e dalla sua grande e universale riforma liturgica. Ma per raggiungere tale interiorità occorre l’educazione al silenzio liturgico, che consente una appropriazione personale dei contenuti ufficiali e pubblici della liturgia. Allora il rito oggettivo diventa esperienza soggettiva e ciò che è rivolto a tutti interpella individualmente e personalmente ognuno. L’azione liturgica allora produce il calore della devozione personale, che afferma l’intima partecipazione al Mistero, che tutti salva.