di Danilo Quinto
Tratto da La Bussola Quotidiana il 22 marzo 2011

Oggi, nel pianeta, 1,1 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre per 2,6 miliardi di persone mancano i servizi sanitari di base.

Otto milioni di persone l’anno muoiono a causa della mancanza d’acqua e delle malattie legate alla mancanza di servizi igienico-sanitari (3.900 bambini al giorno) e secondo le stime dell’Onu nel 2030 fino a tre miliardi di persone potrebbero rimanere senz’acqua.

Queste cifre, che è bene ricordare nella Giornata mondiale dell’acqua che dal 1992 si celebra ogni 22 marzo, non sono il frutto di una mancanza della risorsa. Il totale dell’acqua dolce disponibile per gli ecosistemi e per gli uomini è di 200. 000 km3 d’acqua, che corrisponde all’1% di tutte le risorse d’acqua dolce e solo lo 0, 01 di tutta l’acqua della terra. Ma questo 0,01 % sarebbe sufficiente per le esigenze di tutte le popolazioni. Si legge infatti nel rapporto sullo sviluppo umano 2006 del Programma ONU per lo Sviluppo, intitolato “Al di là della scarsità: il potere, la povertà e la crisi idrica globale”: “Il problema con cui ci confrontiamo è soprattutto un problema di governabilità: come condividere l’acqua in modo equo assicurando la sostenibilità degli ecosistemi”.

Nell’Africa sahariana, oltre il 42% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile e solo il 36% dispone di un gabinetto. La situazione più drammatica riguarda le campagne: niente pozzi né installazioni idriche; niente fonti idriche né cisterne per raccogliere l’acqua piovana.

Solo poco più di un terzo della popolazione dell’Asia meridionale – secondo dati UNICEF – ha accesso ai servizi sanitari. Oltre la metà della popolazione priva di servizi igienici vive in Cina e in India, determinando un ambiente inquinato da rifiuti organici. Un’altra minaccia per i bambini della regione è rappresentata dalla qualità dell’acqua; pericolose sostanze, come l’arsenico e il fluoro, contaminano le falde acquifere, mettendo a serio rischio la salute di 50 milioni di persone.

In Europa centrale e orientale, le riserve idriche stanno diminuendo come conseguenza dei cambiamenti ambientali, e i sistemi idrici nazionali incontrano grandi difficoltà nel far fronte alla situazione. Inoltre, i gravi squilibri nell’accesso all’acqua e la mancanza di una cooperazione regionale per la gestione delle risorse idriche esistenti, lasciano i bambini più poveri esclusi dai servizi più elementari. Si tratta di Paesi come Azerbaijan, Tagikistan, Macedonia, Turchia, Uzbekistan, Turkmenistan, Polonia, in cui gran parte della popolazione beve e usa l’acqua di pozzi contaminati dai vicini scarichi fognari. Basti pensare che la difficoltà di accesso all’acqua in Europa è causa, ogni anno, della morte di circa 13.500 bambini al di sotto dei 14 anni: di questi, 11 mila sono concentrati nell’Europa centrale e orientale.

In America Latina sussistono enormi disuguaglianze nei servizi idrici e igienico-sanitari sia all’interno che tra i vari Paesi. I bambini delle zone rurali vivono una situazione peggiore rispetto a quelli delle città, e in tutta la regione povertà ed esclusione sociale fanno sì che gruppi indigeni e minoranze si vedano ampiamente negato il diritto a tali servizi.

Se per un cittadino del Nord America o dell’Unione europea, ci sono oltre diecimila metri cubici annui di acqua potabile, per uno del Madagascar (uno dei paesi africani in condizioni migliori) si scende a 3.500, in Giordania a 260, molto meno di un litro al giorno. A questo si aggiunge che nel Medio Oriente, ed in particolare in Turchia, Siria, Isarele, Palestina ed Iraq, il possesso e il controllo dell’acqua rivestono purtroppo, ormai, un valore strategico.

Si tratta, quindi, di un problema da gestire attraverso la politica, che richiede interventi non più rinviabili della comunità internazionale, in termini di investimenti adeguati e di controlli, se è vero – è il rapporto del 2006 dell’ONU ad affermarlo – che la prima causa della scarsità d’acqua è da imputare a “mala gestione, corruzione, mancanza di istruzioni appropriate, inerzia burocratica e scarsi investimenti per costruire competenze umane ed infrastrutture”. A Nairobi, in Kenya, i poveri pagano un litro d’acqua dieci volte di più di quanto la pagano i ricchi che vivono nella stessa città. Non avere accesso ai servizi igienico-sanitari in baraccopoli come Libera, nei sobborghi della capitale del Kenya, significa che la gente defeca in buste di plastica e poi le getta dentro fogne a cielo aperto nelle strade, perché non ha altra scelta. Le famiglie più povere del Salvador, del Nicaragua e della Giamaica, spendono in media più del 10% del loro reddito per l’acqua. A Manila, nelle Filippine, l’acqua costa 2, 5 volte in più che a New York, ad Accra, in Ghana, quasi tre volte, a Barranquilla, in Colombia, oltre cinque volte.

Nelle aree sottosviluppate, i poveri bevono acqua non potabile – e quindi si registra un’incidenza di malattie molto grave – perché non esistono le strutture adeguate per ottenere acqua pulita, che a loro costa più soldi rispetto agli abitanti dei paesi ricchi.

Esiste, quindi, un solido legame tra sottosviluppo e mancanza della risorsa idrica ed è questo rapporto che occorre rompere. Come ha ricordato in un recente convegno il vescovo Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: “I poveri del mondo soffrono spesso non tanto per la scarsità di acqua in sé, quanto per l’impossibilità economica di accedervi”.

L’”affare” intorno all’acqua rappresenta un giro economico grande, molto grande. Ma non è la questione del business – pur importante – quella principale. Nella Caritas in Veritate, Benedetto XVI scrive: “Il diritto all’alimentazione, così come quello all’acqua rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, ad iniziare, innanzitutto, dal diritto primario alla vita. È necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni”. Per garantire quest’obiettivo, occorre che ai Paesi poveri siano trasferite le tecnologie e le risorse economiche perché – attraverso gli investimenti necessari – si dotino delle infrastrutture indispensabili per accedere alla risorsa acqua. Solo così, si potrà considerare il bene acqua equivalente ad un diritto fondamentale.