L’Unione superiori generali e le sfide della società secolare
di Josep M. Abella, Clarettiano, vicepresidente dell’Unione superiori generali
Tratto da L’Osservatore Romano del 17 novembre 2010

Così diceva Benedetto XVI a un gruppo di vescovi brasiliani, in visita ad limina Apostolorum lo scorso 5 novembre: “Dinanzi alla diminuzione dei membri in molti istituti e al loro invecchiamento, evidente in alcune parti del mondo, molti si chiedono se la vita consacrata sia ancora oggi una proposta capace di attrarre i giovani e le giovani. Sappiamo, cari vescovi, che le varie famiglie religiose, dalla vita monastica alle congregazioni religiose e alle società di vita apostolica, dagli istituti secolari alle nuove forme di vita consacrata, hanno avuto la propria origine nella storia; ma la vita consacrata come tale ha avuto origine con il Signore stesso che scelse per sé questa forma di vita verginale, povera e obbediente. Per questo, la vita consacrata non potrà mai mancare né morire nella Chiesa: fu voluta da Gesù stesso come porzione irremovibile della sua Chiesa”.

Questa famiglia di consacrati che oggi incarnano tale forma di vita cristiana, è costituita da circa un milione di uomini e donne presenti in tutti i continenti al servizio delle Chiese locali e dei popoli fra i quali lavorano e ai quali annunciano il Vangelo.

Come vivono oggi questi uomini e queste donne la vocazione che hanno ricevuto? Che cosa li preoccupa? Quali sono le loro motivazioni? Dove trovano la fonte d’acqua che mantiene vivo il seme della vocazione ricevuta e permette di produrre frutti per la Chiesa e per il mondo? Quali problemi devono essi affrontare per vivere fedelmente la missione loro affidata? I consacrati cercano di vivere con radicalità il doppio riferimento che definisce la vita cristiana: il riferimento a Dio e il riferimento all’umanità e all’intera creazione. Il congresso sulla vita consacrata che nel 2004 radunò a Roma circa ottocento religiosi e religiose delle diverse parti del mondo, nelle sue conclusioni tentò di esprimere in una frase che ha accompagnato il cammino di questi nostri ultimi anni e che spiega il senso della vocazione religiosa: una forma di vita che manifesta “la passione per Cristo e per l’umanità”.

Dinanzi a questa missione ci riconosciamo, tuttavia, piccoli e deboli. Ci sovrastano sfide numerose che mettono in dubbio la nostra capacità d’assumere la missione che ci è stata affidata. Abbiamo bisogno di profondità spirituale e di appoggio da parte della comunità per vivere la nostra vita così come le esigenze della consacrazione l’hanno caratterizzata indelebilmente. Molto spesso sperimentiamo la fatica e soccombiamo alla tentazione della mediocrità. Nonostante tutto, però, sentiamo che vivere come persone consacrate è cosa che vale la pena.

Grazie al cammino di riflessione e di discernimento condotto soprattutto dai capitoli generali, dopo il concilio Vaticano ii, abbiamo capito che è necessario ravvivare il fuoco interiore che dà senso alla nostra vita e dinamismo al nostro impegno apostolico. Questa fu anche l’esperienza dei nostri fondatori e delle nostre fondatrici e questa è stata l’esperienza di molti nostri fratelli e sorelle che oggi sono per tutti noi un chiaro punto di riferimento.

Sappiamo molto bene che senza questo fuoco le nostre vite non saranno capaci di trasmettere né luce né calore. Senza di esso il nostro lavoro e le nostre istituzioni non saranno capaci di comunicare il Vangelo del regno Dio e i nostri processi formativi non saranno molto più che itinerari di preparazione professionale più o meno ben articolati. Senza questo fuoco, ancora, la preoccupazione, pur giustificata, di possedere i mezzi economici in grado di rendere possibile la vita e le attività dei nostri ordini e istituti, non si differenzierebbe da quella d’ogni altro gruppo umano.

Ci siamo impegnati in un processo serio di rinnovamento di cui beneficia ugualmente l’intera comunità ecclesiale e siamo felici di averlo fatto. Lo abbiamo fatto in obbedienza alla Chiesa e scrutando i suoi orientamenti.

Tutto ciò ha consentito una spiritualità più biblica e più liturgica che ha saputo integrare la sensibilità che proviene dalle realtà di questo mondo. Il ritorno alle fonti dei nostri carismi ci ha consentito di rileggerli e di cercare in essi nuove piste in risposta alle sfide di questo nostro momento storico.

Nonostante questo, partendo da diversi presupposti si discute sullo stato attuale degli istituti di vita consacrata e si ipotizzano anche previsioni di scomparsa per molti di essi. È cosa certa che la vita consacrata, come qualsiasi altra realtà, è piena di luci e di ombre. Lo è anche il fatto che benché la vita consacrata è cosa essenziale per la Chiesa, i singoli istituti possono scomparire come è di fatto accaduto nel corso dei secoli. Alcuni hanno già vissuto l’esperienza evangelica di essere seme che dando la vita muore. Ciò su cui bisogna ragionare, invece, sono i criteri a partire dai quali si valuta la vita consacrata e si fanno previsioni per il futuro. Queste valutazioni sono più pessimistiche quando ci si riferisce alla vita consacrata in quei continenti e Paesi nei quali le statistiche evidenziano una notevole diminuzione dei loro membri. In tal senso, l’Europa è certamente il luogo più emblematico. E, appunto in Europa, si rileva come una delle ragioni principale della decrescita dei membri degli istituti sia l’incapacità di resistere al processo di secolarizzazione che caratterizza via via sempre più l’ambiente culturale del continente.

È tuttavia importante chiarire che la secolarizzazione è un processo a largo raggio che riguarda tutte le persone, fra queste i credenti cristiani, e che non manca di avere un suo versante positivo: implica il riconoscimento della libertà, della dignità, dell’autonomia dell’uomo, e dei suoi diritti. La secolarizzazione, in questo senso, è una grande opportunità di purificazione dell’immagine di Dio e della funzione del “religioso”. Essa purifica il “religioso” dalla manipolazione sociale, politica e ideologica. Colloca il sacro e il santo in sintonia col Vangelo e con l’esperienza di Gesù.

La secolarizzazione, viceversa, diventa negativa quando rinuncia al contatto con Dio e non sa vivere, qui e ora, l’incommensurabile vita di Dio. Se così, la secolarizzazione offusca l’orizzonte della vita dell’essere umano, che rinchiude in uno spazio nel quale diventa difficile l’esperienza dell’amore di Dio che abilita ad amare e che colma di senso e di speranza la vita delle persone.

Di fatto, i processi di secolarizzazione hanno riguardato anche le persone consacrate. Non credo, tuttavia, che la maggioranza dei religiosi e delle religiose abbia ceduto alle sfide conseguenti. Al contrario, piuttosto: proprio per essere stata messa in discussione da questo processo di secolarizzazione particolarmente aggressivo in Occidente, l’esperienza della fede e l’opzione per la sequela di Gesù, che sono proprie dei religiosi, sono diventate più mature, così come l’impegno conseguente si è espresso con una più ampia libertà. Forse la vita religiosa non produce oggi molta “ammirazione” – i conventi e gli abiti non sono molto visibili – ma continua ad afferrare molte persone e a essere fermento di rinnovamento nella Chiesa e di trasformazione del mondo.

Nei vari momenti della storia sono nati nuovi ordini e nuove congregazioni sempre con una vocazione radicale di servizio. Si tratta di un servizio che rendiamo attraverso ciò che siamo e ciò che facciamo. L’essere decide il fare e determina il “che cosa” e il “come” si fa quello che si fa. Anche se rispondono a necessità pressanti del momento storico nel quale nascono, gli istituti non nascono in funzione del fare. Ciascuno di essi si articola intorno alle tre dimensioni fondamentali della vita ecclesiale – fraternità, celebrazione e missione – e le integra a partire dal carisma specifico ricevuto dal fondatore e sancito dalla Chiesa. Questo carisma caratterizza il modo di vivere la vita cristiana di coloro che sono chiamati a una determinata comunità e va oltre il lavoro specifico che è stato loro affidato. È un aspetto importante, questo, perché la vocazione di un istituto non si definisce per la sua “funzionalità” – ciò che si fece in un determinato periodo della storia e ha continuato a essere fatto per molto tempo – ma per il “profetismo” – una lettura della realtà che parte da Dio e che per ciò ispira un dinamismo che si rinnova secondo le condizioni cangianti dei tempi e dei luoghi.

Noi religiosi e religiose abbiamo imparato ad ascoltare le voci che ci vengono dal mondo e a prendere sul serio le domande che ci pongono. Partendo dai nostri carismi specifici, abbiamo cercato di trovare risposte nuove, comprensibili per la gente, e abbiamo imparato a dirle con un linguaggio nuovo, capace di giungere fino al suo cuore e alla sua vita. Le nostre comunità sono più aperte e il contatto con tanta gente ci ha aiutati a scoprire l’azione dello Spirito in tutti gli ambiti della comunità ecclesiale, ma anche fuori di essa. Il contributo dei nostri fratelli e delle nostre sorelle laiche ci ha fatto bene. La nuova coscienza dei laici circa la loro vocazione e missione nel popolo di Dio, che col concilio Vaticano ii si propose con forza nella Chiesa, è stata una benedizione e non costituirà mai un pericolo per noi religiosi. Nella comunione dei carismi e delle forme di vita, tutti finiamo col riscoprire la bellezza e il significato della nostra vocazione propria. E impariamo a crescere insieme nella sequela di Gesù, secondo la forma di vita alla quale ciascuno è stato chiamato oltre che ad assumere la parte che ci corrisponde nella realizzazione della missione affidata dal Signore alla Chiesa. Se un istituto scompare non è perché altri ormai realizzano ciò che i suoi membri erano stati chiamati a realizzare. Vi sono fattori diversi che entrano in gioco e che vanno dalla mancanza della capacità di trovare, a partire del proprio carisma, risposte nuove alle nuove sfide della realtà, fino alla coscienza che, nel piano di Dio, quell’istituto ha già compiuto la sua missione e ha reso possibile la vita a tanti.

Ci sentiamo in “missione condivisa”. Si tratta propriamente di una realtà che nasce da una visione della Chiesa nella quale i carismi e i ministeri, così come le forme di vita che essi suscitano, si relazionano in una profonda esperienza di comunione che li rende reciprocamente fecondi e portatori di vita per il mondo. La “missione” è il sostantivo; “condivisa” è l’aggettivo che ci indica il modo di capirla e realizzarla. Si tratta di una missione che “appartiene a tutti” e alla quale noi aderiamo partendo dalla nostra vocazione specifica.

La collaborazione corresponsabile con i laici e con altre persone non è mai un fattore destabilizzante per i nostri istituti. La sentiamo come una benedizione, non come una minaccia.

La vita religiosa non solo si è mossa in direzione della periferia, ma sta addirittura cercando di pensarsi a partire dalla periferia – geografica, sociale e culturale – per poter essere, come disse sempre il Papa, parola di Dio per gli uomini e le donne del nostro tempo.

A ogni modo, siamo meno e meno ancora sono quelli che vengono a bussare alle nostre porte. Stranamente, questo ci va conducendo verso l’esperienza della piccolezza che fu all’origine delle nostre congregazioni e che ci fa diventare più umili. Non abbiamo paura del futuro perché ci sappiamo, ogni volta più, nelle mani di Dio, e questo nonostante l’ambiente secolarizzato del mondo che ci circonda. In altri luoghi cresciamo, ma nessuno ci assicura che i cambiamenti sociali e culturali prevedili anche in quegli spazi, non debbano in futuro mutare questa tendenza.

È chiaro che la vita consacrata ha una valenza essenzialmente escatologica, perché, essendo testimonianza del mondo futuro, anticipa e rende visibile i beni nei quali speriamo. In una sana escatologia cristiana, però, non si può contrapporre o addirittura opporre il tempo presente a quello futuro. Quanto più intensa è la speranza nella vita futura, tanto più c’impegniamo alla trasformazione del mondo presente secondo il piano di Dio. Ed è così che facciamo nostra questa dimensione tanto fondamentale della vita consacrata.

Importante è che tutti cerchiamo la fedeltà alla vita consacrata che lo Spirito accompagna in direzione del futuro e non coltiviamo la nostalgia di ciò che fu nei secoli passati. Si è parlato spesso di un “ritorno all’essenziale”. L’espressione, che manifesta un desiderio sincero di più grande fedeltà, ha bisogno di essere pronunciata sempre con grande attenzione, perché non si va in direzione dell’essenziale presupponendo che una volta – chissà quando! – lo abbiamo posseduto. In direzione dell’essenziale dobbiamo continuare ad avvicinarci sempre perché c’impegna ad avvicinare la sequela e l’imitazione del nostro Signore Gesù Cristo. La vita religiosa è viva, perché lo Spirito continua a colmarla di vita. Ci sappiamo poveri e peccatori. Siamo però desiderosi di continuare a essere fedeli alla nostra vocazione “nel cuore della Chiesa e alle frontiere della missione”.