di Giuseppe Adernò*
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 20 marzo 2011

“La scuola è il luogo ove, attraverso l’acquisizione sistematica e critica della cultura si promuove la formazione integrale dell’uomo e del cittadino”.

Questa definizione sintetizza la prioritaria funzione educativa della scuola, che dovrebbe andar ben oltre il compito di insegnare, istruire e addestrare.

I contenuti scolastici e disciplinari sono, infatti, il mezzo e non il fine della scuola, che tende alla “promozione” ed alla “formazione integrale” dello studente, alunno, persona, cittadino.

Il richiamo forte dell’intera società perché si dia una risposta adeguata all’emergenza educativa interpella ancor più la scuola a mettere in atto azioni ed interventi capaci di dare coerenza alle sue finalità istitutive, così da offrire attraverso un servizio pubblico (statale e non statale), processi di educazione e di formazione dell’uomo e del cittadino.

Nella storia della scuola di questi ultimi vent’anni abbiamo assistito persino alla cancellazione del termine “educazione” che accompagnava prima ogni singola disciplina e ne connotava gli specifici interventi formativi; da ciò ne deriva anche un vuoto educativo che è stato in parte colmato dalla professionalità di eccellenti docenti, che credono nella loro azione e missione educativa.

Oggi più che mai occorre uscire dalla latitanza educativa e proporre concrete azioni ed interventi didattici che investono la formazione globale del soggetto educante. La scuola viene indicata dalle disposizioni ministeriali come “luogo della relazione educativa”, la quale, essendo un “atto intenzionale”, non può essere imposta per decreto, e pertanto è necessario che tutti i docenti si sentano “protagonisti responsabili” e “azionisti” nell’impresa educativa della scuola.

Come ha detto più volte Benedetto XVI, l’educazione e la formazione “costituiscono oggi una delle sfide più urgenti che la Chiesa e le Istituzioni sono chiamate ad affrontare”, anche perché eliminare Dio dall’azione educativa significa spezzare il circolo del sapere”. Educare è un atto d’amore, esercizio di quella “carità intellettuale” che richiede responsabilità, dedizione, coerenza di vita.

L’opera educativa oggi risulta sempre più ardua perché, in una cultura che troppo spesso fa del relativismo il proprio credo, viene a mancare la luce della verità, anzi si considera pericoloso parlare proprio di verità, instillando così il dubbio sui valori di base dell’esistenza personale e comunitaria.

L’essere o il proclamarsi “neutrali” o “asettici” nell’educare significa nascondersi nella latitanza della clandestinità, lasciando ad altre “scuole”, ad altre agenzie multimediali o ad altre “isole televisive” il compito di insegnare e di educare. La vera professionalità di un docente-educatore si manifesta nella competenza didattica e culturale, ma si sostanzia e si alimenta di quei valori, di quelle idee e convinzioni che trovano riscontro nell’esemplarità e nella coerenza della vita.

Seguire il modello educativo della “vita buona del Vangelo”, infatti, come espresso più volte nei diversi documenti della CEI e nei convegni diocesani, rinsaldando il riferimento alla visione cristiana dell’uomo e della realtà, risulta quanto mai importante ed urgente, prima che sia troppo tardi.

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*Il prof. Giuseppe Adernò è preside dell’Istituto “G. Parini” di Catania.