di Carlo Bellieni
Tratto da Avvenire – Bologna 7 di domenica 19 dicembre 2010

Non sappiamo come renderà il libro ma il terzo sequel della saga di «Narnia», «Il viaggio del Veliero», in uscita dal 17 dicembre, si prepara ad essere un incantato viaggio nel mondo del magico e del divino.

Imperdibile. Non parliamo qui della trama, perché la lasciamo scoprire a chi andrà al cinema; ma tutti saranno buttati ad un confronto con qualcosa che non è l’ennesima storia di maghi o di vampiri (bellini, per carità!) ma col destino delle loro giornate, che ha un nome: Aslan.

E’ questo leone possente e glorioso il vero significato della serie di storie scritte da CS Lewis, in cui con grazia si introduce il bambino (ma anche tanti adulti) ai misteri cristiani: l’Incarnazione, la Resurrezione, la Creazione del mondo sono trattate con semplicità e fascino, senza lasciar dubbi al messaggio che portano. Aslan il Leone compare in una foresta sepolta dalla neve, e il suo ritorno porta la primavera; viene ucciso da una regina cattivissima, dopo essersi consegnato a lei per salvare un bambino (l’uomo peccatore); e risorge, più forte di prima; portando la pace al mondo. In questo film si svela ancor più chiaramente, dopo aver salvato un altro bambino che per quanto è odioso si trova trasformato in un orrendo drago; e dice a chi gli domanda se Lui esiste anche nel mondo terrestre da cui arrivano i protagonisti: «… Ci sono, ma là ho un altro nome. Dovete imparare a conoscermi con quel nome. Questa era la vera ragione per cui siete stati portati a Narnia, perché conoscendomi qui per un poco, potrete conoscermi meglio là». Come ben si intuisce, il terrore assale tutti coloro che quotidianamente operano per cancellare Cristo dalla faccia della terra: da un film cristiano e bello, possono solo trarre odio. Infatti ne hanno parlato male a più riprese. Ma la trasposizione cinematografica dei primi due episodi è stata all’altezza dei libri, tranne certo il doppiaggio orrendo di Aslan nel primo episodio, che rende quasi ridicole le sue parole, tanto che il produttore nel secondo si è ben guardato di ripetere lo stesso errore. Film da vedere e da far vedere, privo di moralismo, con la forte allegria che solo il cristianesimo può dare. Lewis raggiunse una enorme notorietà per il libro «Le lettere di Berlicche», incentrato sulla bizzarra corrispondenza tra un funzionario di Satana e suo nipote, apprendista diavolo custode, geniale riflessione sulla natura umana mirata a recuperare il senso del concetto di peccato e a strapparlo alla banalizzazione contemporanea. Nel 1945 Lewis pubblicò «Il grande divorzio», un sogno o visione ispirato alla Divina Commedia di Dante. Lewis immagina di viaggiare nell’oltretomba guidato da George MacDonald e di incontrare le anime dei defunti che devono dimostrare di aver superato il pregiudizio fondamentale che le farebbe avviare all’Inferno: l’idea per cui «Io sono mio». Le opere di Lewis sono una precisa descrizione dei conflitti interni dell’animo umano non trascurando, in questo intento, l’ingrediente sublime dell’ironia, elemento essenziale in pressoché tutta l’opera di Lewis. Le Cronache di Narnia sono un riuscitissimo esempio di questa mistura, e meritano il successo che riscuotono.