di Rodolfo Casadei da  La bussola quotidiana

 

Spiega Umberto Eco ne Il nome della rosa che se è possibile ridere di tutto, si deve poter ridere anche di Dio, e questa è la suprema garanzia contro ogni dogmatismo. Secondo un vecchio proverbio yiddish le cose stanno esattamente all’incontrario: «l’uomo pensa, Dio ride». L’umorismo deve solo decidere da quale di queste due posizioni vuole prendere le mosse. Se muoverà dalla prima, sarà un umorismo nichilista, blasfemo e violento. Se resterà in sintonia con la seconda, assolverà la sua funzione antidogmatica, di relativizzazione dei poteri terreni, sia quelli secolari che quelli clericali; servirà a difendere il popolo e gli individui dalle pretese di altri individui e altri popoli che si atteggiano a divinità incarnate. Se darà retta a Umberto Eco, partorirà i Vauro che cercano di far ridere coi cadaveri dei terremotati dell’Aquila, il Calvario ridotto a macchietta, i preti etichettati come tutti indistintamente pedofili, o le analoghe bassezze dei Daniele Luttazzi. Se darà retta alla saggezza ebraica, produrrà i Rabelais, i Montaigne e, venendo al giorno d’oggi, i Paolo Cevoli e i Gioele Dix.

Il vero umorismo prende le mosse dalla risata di Dio che ride dell’uomo, non dalla risata dell’uomo che deride Dio. Dio ride  della presunzione umana di poter governare gli eventi col pensiero, della pretesa dell’uomo di capire e di spiegare l’agire divino; ride dell’illusione dell’uomo di essere sempre al centro di quel che accade. Il monito di Jahvé attraverso Isaia, «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» suona drammaticamente solenne e un po’ arcigno. La saggezza rabbinica ne ha portato alla luce il contenuto ironico. Dio ride dell’uomo che si crede chissà chi, che crede di incarnare compiutamente Ragione, Storia, Potere, Libertà, Fede, ecc. Che crede di essere Dio o che Dio sia al suo servizio. Se l’uomo udisse la risata divina, sarebbe più modesto, comprenderebbe che le altre persone e il creato non sono a sua disposizione, mostrerebbe maggiore empatia. E se l’uomo che ode la risata fosse un re o un papa, governerebbe meglio o sarebbe un pastore migliore. Se il re o il papa sono duri di orecchi, viene in soccorso dell’umanità l’umorista, che provvede a rendere udibile a tutti la risata divina.

Quando Montaigne scrive che anche i re scoreggiano, o quando scrive che per quanto sia alto il trono su cui siede il re, ci siede col culo, lo scopo è relativizzare i poteri terreni, aiutare a non confondere l’umano col divino. Disse Milan Kundera ricevendo il premio Gerusalemme per la letteratura quasi trent’anni fa: «Amo immaginare che François Rabelais abbia udito un giorno la risata di Dio, e che così sia nata l’idea del primo grande romanzo europeo. (…) L’arte ispirata dal riso di Dio è, per essenza, non tributaria, ma contraddittoria delle certezze ideologiche».

Si può discutere all’infinito sulla tiepida religiosità di Montaigne e di Rabelais, ma è certo che il loro umorismo ante litteram non era diretto a ridimensionare Dio, ma a ridimensionare l’uomo che tende a farsi Dio. Soprattutto se è uomo di potere. I fautori della derisione di Dio come necessaria premessa della satira contro i potenti affermano che ridere di Dio è necessario per abbattere il dogmatismo. Ma il dogmatismo non l’ha inventato Dio, l’hanno inventato gli uomini per difendere le loro posizioni di potere. Perciò la derisione di Dio non ci libera dal dogmatismo, ma piuttosto dal rispetto per tutto ciò che ha valore; dall’idea stessa che ci sia qualcosa che vale e perciò merita rispetto. Nella satira contemporanea la dissacrazione non è un mezzo, ma un fine. Attraverso la dissacrazione si mostra che non c’è nulla che meriti rispetto e timore reverenziale. E come potrebbe esserci, se è stata inquinata la fonte della sacralità (Dio)? Annientata l’origine del sacro, niente più è sacro.

Non appena si gratta un po’ la vernice sgargiante della satira politica, quel che si trova è un nichilismo di fondo. Un nichilismo che tutto avvolge e che di fronte a nulla si arresta. L’enfasi sul carattere greve della nostra corporeità, che da Plauto a Rabelais svolge la funzione di moderare l’orgoglio umano, precipita nella profanazione di cadavere. Per fare satira sul proposito governativo di stimolare l’economia con un provvedimento sospettato di sanare abusi edilizi, l’aumento delle cubature delle unità immobiliari di residenza, Vauro evoca l’aumento delle cubature dei cimiteri intorno all’Aquila, pochi giorni dopo il rovinoso terremoto, con il disegno di una bara smisurata. Per satireggiare su Berlusconi, che anche dopo morto potrebbe occupare gli schermi televisivi con messaggi pre-registrati, Luttazzi scrive: «Sei morto, Silvio. I vermi ti stanno mangiando. Per una volta, lascia che parli qualcun altro». E degli omaggi alla salma: «Le spoglie di Berlusconi dovrebbero giungere stanotte al Quirinale, dove resteranno esposte finchè l’odore o Maurizio Costanzo lo consentiranno».

Nessuno, da Plauto a Rabelais, aveva mai fatto questo. Ci volevano gli umoristi nichilisti del XXI secolo. I quali si difendono dalle accuse rivendicando la loro storica funzione di cani da guardia contro gli eccessi del potere. Il punto è che nel frattempo la storia ha camminato, il tempo delle monarchie assolute è finito, così come quello delle repubbliche oligarchiche. Siamo in democrazia, che per quanto imperfetta possa essere nella sua realizzazione politica, appare indubbiamente egemone sul piano culturale: l’idea dell’eguaglianza assoluta degli individui, che implica la criticabilità continua e all’infinito di chi detiene responsabilità di governo, anche quando la critica è esercitata nei modi necrofili di un Vauro o di un Luttazzi, domina incontrastata. Perché se non fosse illimitatamente criticabile, così va il ragionamento, l’uomo di governo non sarebbe più uguale, ma privilegiato rispetto agli altri individui. Le sentenze della Corte costituzionale che hanno bocciato in tutto o in gran parte leggi che mettevano dei limiti alla processabilità delle alte cariche dello Stato hanno confermato l’egemonia dell’idea egualitaria anche in ambito giuridico. In nome della democrazia, ovvero dell’idea di uguaglianza ad essa sottesa, la satira politica non deve avere limiti, e di fatto non ne ha.

Questo però, paradossalmente, crea una situazione dove il principio egualitario è violato: agli umoristi è permesso ciò che a nessun altro è permesso. Se un comune cittadino ingiuriasse gli uomini politici nello stesso modo in cui lo fanno loro, verrebbe querelato e infine condannato. Invece qualunque tentativo di punire o di limitare la libertà d’espressione degli umoristi viene respinto. Dal 1997 in Italia non si registra virtualmente alcuna sentenza giudiziaria di condanna definitiva di umoristi per battute o vignette su temi politici o religiosi. L’unico problema che possono avere è quello di essere allontanati da trasmissioni televisive, per il timore delle emittenti di perdere introiti pubblicitari o di doversi impegnare in costose controversie giudiziarie (anche se è certo che si concluderebbero con l’assoluzione del denunciato). Pesi massimi come Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi hanno dovuto ritirare la loro querela o hanno perso la loro causa per diffamazione. Vauro se l’è cavata con una settimana di sospensione televisiva per la sua vignetta sui cimiteri post-terremoto dell’Aquila; Daniele Luttazzi fu allontanato da La7 per aver attaccato Giuliano Ferrara che collaborava con la stessa tivù, non per i contenuti delle sue battute.

Il potere giudiziario italiano ha stabilito che gli esponenti politici non hanno diritto ad alcuna forma di immunità, nemmeno quando ricoprono alte cariche istituzionali, ma gli autori di satira invece sì. Suona scandaloso ma non strano, perché ciò interpreta perfettamente la deriva nichilista e profanatrice dello spirito democratico del tempo. Gli autori di satira sono diventati divinità intoccabili perché assolvono una funzione carissima allo spirito del tempo: mostrare che non esiste alcuna eccellenza da riconoscere come tale, alcuna superiorità a cui inchinarsi, alcuna grandezza davanti a cui arrestarsi. L’egualitarismo non tollera infrazioni al suo ordine omologatorio, e gli umoristi sono gli inflessibili azionatori della ghigliottina democratica che ristabilisce identiche misure per tutti.

Scrive Alain Finkielkraut: «Il riso contemporaneo proclama alto e forte l’ideale della de-idealizzazione. Che l’uomo superi infinitamente l’uomo, che egli possa avere una vocazione spirituale, che non sia ridotto alle sue funzioni organiche, ecco una possibilità che questo riso intende far scomparire dal mondo. Esso si accanisce contro la trascendenza, non tollera alcun genere di eminenza, bracca la grandezza sotto qualunque forma si manifesti, vendica la mediocrità dell’affronto che la superiorità gli infligge (…) I buffoni che un tempo avevano l’ufficio di opporre resistenza ai re, sono oggi i re adulati e temuti della democrazia radicale. Essi propagano, sotto le macerie della promessa comunista, il calore revanscista della comune bassezza».

A questo punto si capisce bene perché satira contro i politici e satira antireligiosa vadano a braccetto. Colpe ed errori dei politici sono solo un pretesto per negare il simbolismo del loro ruolo: l’essere un’incarnazione dell’autorità, il loro rimandare a un’idea di ordine gerarchico della realtà. E questo vale a maggior ragione per il sacro e i suoi rappresentanti terreni. Che sono quanto di più contrario si possa immaginare alla democrazia intesa come “comune bassezza”. Scrive Roger Scruton: «La dissacrazione è una specie di difesa dal sacro, un tentativo di distruggere le sue pretese. Nella presenza di cose sacre le nostre esistenze sono giudicate, e per sfuggire a quel giudizio noi distruggiamo la cosa che sembra giudicarci».

Dunque bisogna dire che tutti i preti sono pedofili e che il Papa è il loro complice al fine di rendere inattendili e inincidenti i giudizi del magistero della Chiesa. Fa niente se il prezzo del sollievo amorale di poter sfuggire a quel genere di giudizi è che tutto diventerà profanabile e di fatto profanato: corpi dei viventi, membra dei defunti, simboli religiosi, ecc. E se gli umoristi si trasformeranno, da coscienza critica dei potenti, in professionisti del linciaggio. Come scrive Finkielkraut, la soppressione satirica del sacro coincide con l’ennesima resurrezione del più primitivo dei meccanismi sacrali, il sacrificio del capro espiatorio: «Il riso dell’umorismo scombussola le unioni sacre, il riso dei buffoni odierni indica le vittime sacrificali; il primo sfida il branco, il secondo lo scatena».