Il malato mentale? Vittima della società ingiusta. Chi lo cura? Un rivoluzionario. Ecco la deriva politica di un male profondo
di Tommy Cappellini
Tratto da Il Giornale del 10 marzo 2011

Ricordate come, una trentina di anni fa, i matti cessarono di essere tali e divennero i prodotti di una società ingiusta e alienante, vittime inconsapevoli di un’intollerabile discriminazione, portatori di una verità sociale (o contro-sociale) inaccettabile per i «normali» e di come, infine, i matti vennero «assolti» con formula piena e immediatamente rilasciati (dai manicomi)? Questa sentenza ha una data precisa: 13 maggio 1978, giorno di approvazione della legge quadro 180, più conosciuta come «legge Basaglia». Da allora l’Italia politica è rimasta immobile sulla questione.

Esce in questi giorni un notevole saggio di Adriano Segatori, Oltre l’utopia basagliana (Mimesis, pagg. 344, euro 24) – che rilancia coraggiosamente la vexata quaestio del trattamento medico della follia e fa i conti con il totem intoccabile della figura dello psichiatra Franco Basaglia. Prevediamo reazioni critiche: l’operato e l’eredità di Basaglia, infatti, sono protetti da una spessa coltre di filosofia francese postmoderna (da Michel Foucault a Gilles Deleuze) che, guarda caso, è il «brodo di coltura» preferito dalla globalizzazione intellettuale. Criticarli equivale ad attirarsi seduta stante l’accusa di conservatorismo destrorso e di vetero-umanesimo.

Segatori prende di petto la questione: la scienza psichiatrica è stata «sinistrata» dalla legge Basaglia, che ebbe fondamenti e modalità di applicazione squisitamente «comunisti», nonché il sostegno della Democrazia cristiana. Tutto in barba all’oggettività della malattia mentale che, scrive Segatori, «nonostante si voglia prodotta da un vago e indefinito disagio sociale, maggiore nei paesi industrializzati e che colpisce anche i ricchi e i socialmente riusciti, è presente in tutte le latitudini e in tutte le culture anche primitive». Ma negli anni ’60 la tentazione per la sinistra intellò fu irresistibile: attuando una vera e propria «distorsione paranoica», la complessità del disturbo psichico venne spiegata «attraverso un semplice cortocircuito sociale» e si pretese di risolverla con «un’equazione visionaria» che azzerava ogni tipo di professionalità «in nome di un livellamento operativo verso il basso. Il malato mentale diventò il simbolo di una società ingiusta e l’operatore psichiatrico un restauratore rivoluzionario di una velleitaria equità – grazie al risentimento ben indirizzato e fomentato». Molto sovietica, come tecnica culturale. «Comunismo applicato alla psiche» ha scritto Marcello Veneziani su queste pagine un anno fa in occasione della produzione, da parte della Rai, di una fiction su Basaglia, C’era una volta la città dei matti.

Il passo successivo, persino prevedibile, di questa anti-psichiatria all’italiana di cui Basaglia era il punto di riferimento indiscusso fu la chiusura dei manicomi, seguita nei decenni dalla difesa di un «sistema dottrinario intramontabile da parte di una casta liturgica chiusa e potente dedita alla diffusione del verbo originario». Naturalmente, continua Segatori, «i tempi sono cambiati, quindi anche le procedure d’intervento e d’insinuazione». Ma la sostanza no. La psichiatria basagliana evita oggi i canti rivoluzionari, l’occupazione di studi medici e le intimidazioni ai nemici intellettuali, preferendo «la gestione fanatica e nepotistica del potere attraverso la blindatura delle carriere professionali, l’istituzione faziosa di corsi di formazione e la pianificazione sempre più dogmatica delle informazioni». La conclusione di Segatori è preoccupante: «Per i basagliani la psichiatria è stata ed è la politica condotta con altri mezzi». E con qualche danno teorico e pratico: ricordiamo l’indulgenza di Basaglia, sulla base della sua visione di una psichiatria «senza limiti», verso quel medico che volesse ubriacarsi col proprio paziente per esigenze terapeutiche.

C’è di più. L’iniziale impostazione genericamente politica, con forti influenze marxiste, dei basagliani  degli anni ’70 e ’80 si è trasformata nella «fede» dei basagliani di oggi (più ricchi che in passato di venature cielline) e ha condotto all’impossibilità di un confronto dialettico. Per Segatori, infatti, esistono in psichiatria tre fondamentalismi: quello che fa dipendere il disagio mentale totalmente dalla psiche (e qui potremmo citare Jacques Lacan e James Hillmann); quello per cui tutto o quasi trova le sue cause nell’organismo (Giovanni B. Cassano e altri sostenitori della terapia farmacologica); e quello, appunto, dei basagliani. Ma se i primi due si sono progressivamente aperti al dialogo inter-terapeutico, quest’ultimo rimane chiuso in se stesso.

«Vorrei che mi fosse spiegato – dice spesso Segatori a chi lo contatta per scambi di lavoro o di cultura – come può esistere l’apologia basagliana di ciò che è bene, tout court, per il malato, nel momento stesso in cui lo si indirizza verso una terapia unica, togliendogli la disponibilità di altre strade e rifiutando le innovazioni del progresso scientifico. Bisognerebbe fare in modo, invece, di applicare tutte le terapie disponibili: secondo scienza e coscienza, ovviamente».