di Anna Bono
Tratto da La Bussola Quotidiana il 28 dicembre 2010

Si contano ormai 41 vittime e quasi 100 feriti a Maiduguri e a Jos, le due città della Nigeria teatro nei giorni scorsi di violenti attacchi alle comunità cristiane intente a celebrare il Natale.

Accusata delle stragi è la setta islamica Boko Haram, un gruppo fondamentalista nato nel 2002, già protagonista di altri, gravissimi episodi di intolleranza religiosa.

Gli scontri tra musulmani e cristiani sono frequenti in Nigeria, uno stato federale diviso tra il nord di fede islamica e il sud prevalentemente cristiano. Nel paese, popolato da oltre 250 etnie, altra causa tradizionale di conflitto è la convivenza, sempre difficile in Africa, tra le tribù dedite alla pastorizia transumante e quelle agricole, spesso in lotta per il controllo di pascoli, terreni agricoli e sorgenti. Non di rado i due fattori si sovrappongono come è successo, ad esempio, lo scorso mese di marzo allorché, nel Plateau, un gruppo di pastori Fulani, un’etnia di religione islamica, ha attaccato tre villaggi abitati da Berom, un’etnia di contadini di religione cristiana, uccidendo in poche ore 500 persone. Qualche anno prima, nel 2004, erano stati gli agricoltori stanziali Tarok, cristiani, ad aggredire una comunità Fulani e anche allora le vittime erano state centinaia.

L’identità religiosa è diventata una minaccia alla stabilità sociale e politica soprattutto a partire dal 1999, proprio quando il paese, dopo 15 anni di regimi militari autoritari e corrotti, avviava un processo di democratizzazione varando una nuova costituzione fondata su valori di unità, giustizia, uguaglianza e libertà. Dall’ottobre di quell’anno infatti, uno dopo l’altro, 12 stati del nord a maggioranza islamica hanno adottato la shari’a, la legge coranica, violando la costituzione appena adottata. Nel marzo del 2000 nello stato di Zamfara veniva eseguita la prima amputazione della mano inflitta a un ladro in applicazione della shari’a. In quello stesso anno nel vicino stato di Kaduna l’opposizione dei cristiani all’introduzione della legge coranica ha dato luogo a scontri estesi che hanno provocato migliaia di morti.

Da allora, benché giunga notizia soltanto degli episodi più cruenti, è uno stillicidio di vittime e non si contano i danni materiali – chiese e moschee incendiate, abitazioni e attività economiche devastate – specie nei centri urbani dove gruppi di giovani sbandati, privi di lavoro e di prospettive, colgono l’occasione dei disordini per darsi a regolamenti di conti, atti di vandalismo e saccheggi.

Finora il fenomeno è stato sottovalutato o forse lo si è voluto minimizzare per non contribuire ad esasperare una situazione già critica. Sempre, in occasione di una strage come quella appena compiuta, si levano voci ad assicurare che la religione non c’entra. «Quello a cui si assiste – spiegava l’arcivescovo di Abuja, Monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, all’indomani dell’aggressione Fulani ai Berom del Plateau – è il più classico dei conflitti tra pastori e agricoltori, ma siccome i pastori Fulani sono musulmani e gli agricoltori Berom sono cristiani, la stampa internazionale tende a dire che sono cristiani e musulmani a uccider»i”. Poi qualcun altro spiega che  in realtà non c’entra neanche l’antagonismo tribale dal momento che la causa del contendere è una candidatura elettorale oppure una divergenza nata da interessi economici: per certi esperti d’Africa il tribalismo è soltanto un’invenzione coloniale…

In effetti sembra giusto definire “scontri di religione” solo quelli in cui a muovere i contendenti sono la fede diversa e l’obiettivo di imporla al resto della popolazione o di indurre con l’intimidazione e con la forza gli infedeli, in quanto tali, ad andarsene.

Altra cosa è che persone e comunità di religione diversa entrino in conflitto per questioni legate a interessi politici ed economici. Tuttavia non sempre è questo il caso in Nigeria e negarlo non giova a nessuno. Di sicuro non lo è quando, in una notte di Natale, i devoti riuniti nelle chiese vengono aggrediti e massacrati.