Capita spesso sulla stampa descrivere il partito di Umberto Bossi come un ricettacolo di rozzi ignoranti, volgari, scurrili, sicuramente gente agli antipodi della Cultura. Una sorta di leggenda metropolitana smentita da quello che ho visto e ascoltato il 12 marzo, al Pirellone nell’Auditorium Gaber di Milano. L’onorevole piacentino Massimo Polledri della Lega Nord alla Camera dei Deputati ha organizzato in collaborazione con il quotidiano La Padania e Alleanza Cattolica, un interessantissimo convegno all’insegna della cultura e soprattutto dello studio della Storia. Il tema: “Quale identità, quale Stato dal Risorgimento ad oggi: le spine e le speranze. La Questione Cattolica”. C’era presente gran parte del Gruppo Consiliare della Lega Nord della Regione Lombardia, con in testa il presidente del Consiglio regionale Davide Boni.

All’insegna del motto senza Verità non si può festeggiare ha aperto i lavori l’onorevole Marco Reguzzoni, presentando la manifestazione, ha sottolineato che la Lega rispetta e fa sua la storia del nostro Paese che è fortemente legata alla cristianità occidentale e alle radici greco-romane, sono lontani i tempi quando il Carroccio inseguiva il dio Po, con aspetti fortemente pagani. E proprio questo passato leghista è stato ripreso dai due giornalisti del Corriere della Sera, presenti in sala: Luciano Fontana, moderatore del convegno e Massimo Franco, autore di C’era una volta un Vaticano che ha presentato nella sua relazione.

Massimo Franco si è interrogato perché la Chiesa sta perdendo peso in Occidente, da avamposto morale contro il comunismo, si è ridotta ad essere ininfluente dopo la guerra fredda. Il libro fa la storia di una sfida, di una crisi epocale. Fotografa le difficoltà di un cattolicesimo, quello Occidentale, che era maggioritario, che aveva una certa superiorità morale e che ora è crollato con gli scandali della pedofilia, soprattutto con l’increscioso episodio del caso dei prelati belgi “prigionieri” dei magistrati che indagavano su presunti abusi sessuali. Franco nel suo intervento ha discusso sulla  forte riduzione dell’influenza dei vescovi e del papa sull’elettorato cattolico. Infine ha posto la sua attenzione sul nuovo ministero che la Chiesa di Benedetto XVI  ha istituito: la rievangelizzazione dell’Europa, proprio per riconquistare il vecchio continente.

Al convegno è intervenuto Marco Invernizzi, dirigente di Alleanza Cattolica in veste di presidente Istituto Storico per l’Insorgenza e l’Identità Nazionale. Infatti Invernizzi inizia la sua relazione di alto profilo storico, ricordando le rivolte popolari (le insorgenze) che si sono manifestate in tutta la nostra penisola dopo il 1792 contro gli eserciti invasori francesi guidati da Napoleone. Parla di un “lungo Risorgimento” che comincia proprio da questo momento. Spesso noi cerchiamo motivi di identità a sostegno di un patriottismo che stenta a crescere e ci si dimentica completamente, nelle scuole come nella letteratura, di questa lunga guerra combattuta sulle montagne del Piemonte e della Liguria, che vide tanti italiani morire per difendere il Regno di Sardegna, che tanta parte avrebbe avuto nel fare l’Italia, dall’esercito della Francia rivoluzionaria.

Questi insorgenti, sono uomini e donne che scelgono di combattere contro lo straniero non per le sue diverse origini, ma per la sua visione del mondo incompatibile con quella praticata nei Paesi d’Italia dove s’insedieranno nel ventennio napoleonico, fino al Congresso di Vienna, prima le repubbliche giacobine nel Triennio 1796-1799, poi il regime propriamente napoleonico, fino alla sconfitta del 1814. Per Invernizzi proprio ora comincia la Questione Cattolica, con una caratteristica esplicitamente culturale, nel senso che questi strani italiani che avevano convissuto con spagnoli e austriaci, insorgono invece di fronte ai nuovi padroni che cercano di cambiare il loro modo di vivere, mettendo in discussione i fondamenti della vita civile, introducendo la leva di massa, aumentando le imposte, vietando le processioni e il suono delle campane, e spesso chiudendo le chiese come ancora oggi si può facilmente notare leggendo le storie di molte chiese fra le innumerevoli che coprono la penisola.

Con la fine del Sacro Romano Impero, penetra in Europa l’ideologia nazionalista, che sarà protagonista per tutto l’800. Nascono le società segrete che diffondono ideologie sovversive, un cattolico controrivoluzionario come Joseph de Maistre scrive un libro sul Papa che verrà adottato in molti seminari “papisti” e in qualche modo intuisce che la battaglia culturale in corso, oltre che contro le società segrete e le idee esplicitamente sovversive, si deve combattere anche all’interno dei governi della Restaurazione, dove appunto permangono tante idee rivoluzionarie sia di di impostazione illuministica sia di impostazione romantica.

Nel mondo cattolico controrivoluzionario si diffonde l’idea che bisogna mobilitarsi anche attraverso i nuovi strumenti come la stampa, sorgono giornali, associazioni controrivoluzionarie come l’Amicizia cristiana (Amicizia cattolica dopo il 1815) del ven. Pio Bruno Lanteri, che viene sacrificata, cioè condannata all’estinzione, nel 1827, dallo stesso governo piemontese. Questa cultura controrivoluzionaria non riesce a emergere, sostiene Invernizzi, nonostante importanti figure di intellettuali e uomini di governo, fra cui Clemente Solaro della Margarita, mons. Baraldi, Monaldo Leopardi, padre Ventura, il già ricordato principe di Canosa. Insomma tira una brutta aria per i cattolici militanti, se posso esprimermi in questo modo. Qualcuno, come il beato Antonio Rosmini, tenta una strada diversa, dopo avere frequentato e condiviso gli stessi ideali delle Amicizie. E così propone di seguire il movimento nazionale dell’indipendenza e della libertà, si rafforza la sua idea soprattutto dopo l’elezione di Pio IX.  Nasce così il tentativo neo-guelfo, come è stato successivamente ricordato dagli storici, di mettere i cattolici e il Papa alla guida del processo di unificazione della Penisola, in una prospettiva federalista che avrebbe rispettato le peculiarità dei popoli ma anche le differenze fra gli Stati italiani.

Ben presto, l’illusione svanisce, quando il Pontefice rifiuta il proprio assenso a che le truppe pontificie entrino in guerra contro l’Austria. Immediatamente le grida “viva Pio IX” che tutti i settari avevano urlato per due anni, si rivoltano contro Papa Mastai che diventa, e con lui la Chiesa, il principale nemico dell’unificazione.

Successivamente il papa spiegherà che l’ostilità della Santa Sede all’unificazione non è di principio, ma nel modo in cui si sta attuando. Ricorderà pure che un potere temporale è necessario perché la Chiesa possa svolgere liberamente la sua missione spirituale, ma che l’entità del territorio è discutibile, così come si comprenderà dopo il Trattato e il Concordato con lo Stato italiano del 1929.

Lo storico cattolico milanese conclude ricordando che i festeggiamenti per il 150 dell’Unità d’Italia, devono essere l’occasione per riflettere su che “cosa è l’Italia” e su “chi sono gli italiani”, cioè di favorire un esame di coscienza collettivo circa l’identità della nostra nazione. Ricordo anche che nel 1861 non nasce l’Italia, che esisteva almeno da un millennio, ma lo Stato nazionale, cioè un nuovo vestito per un corpo antico.

Oggi abbiamo alle spalle 150 anni di storia unitaria, raggiunta attraverso strappi e violenze, ma un altro strappo e nuove violenze servirebbero soltanto a esasperare le ferite. L’Unità va mantenuta – ha affermato Invernizzi – Il Risorgimento è un’altra cosa. Esso è il modo in cui questa unificazione è avvenuta, cioè riguarda le finalità ideologiche e le modalità politiche e militari con cui l’Italia è diventata uno Stato nazionale. Se l’unità è una realtà che sarebbe “ideologico” e imprudente disprezzare, sul Risorgimento bisogna dare un giudizio. Esso ha provocato alcune ferite profonde nel corpo sociale e queste ferite vanno conosciute, giudicate, per poter essere medicate e accettate. Il Risorgimento – afferma Invernizzi – ha provocato almeno tre ferite che hanno determinato a loro volta tre questioni, ancora aperte: la “questione cattolica”, la “questione federalista”, la “questione meridionale”. La prima è avvenuta in seguito al fatto che dopo il 1848 chi ha voluto unificare l’Italia lo ha fatto consapevolmente contro le sue radici cristiane. La seconda ferita riguarda la forma dello Stato, essendo stato scelto un modello centralista invece di un abito federalista, così palesemente più adatto alle caratteristiche dell’Italia preunitaria. La terza questione nasce dal fatto che fra il 1860 e il 1870 c’è stata in Meridione una guerra civile che ha provocato circa 100 mila morti, in seguito all’occupazione dell’esercito italiano.

Queste sono tre ferite che continuano a sanguinare, in modi diversi, nei 150 anni trascorsi, e soprattutto sono state affrontate con preclusioni ideologiche, anche se qualcosa è certamente migliorato negli ultimi vent’anni, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989.

Ha concluso i lavori del Convegno, l’onorevole Massimo Polledri che cita il titolo del Corriere della Sera, a firma del direttore  Paolo Mieli, in un fondo dell’8 marzo: Questione cattolica e Sud. Le ferite del Risorgimento. Così nacque uno Stato lontano dalle masse popolari. Frasi che fanno rima con il titolo dei nostri lavori d’oggi ha detto Polledri. Abbiamo sempre più bisogno di radici condivise, di conoscere la storia, di apprezzare la verità, ma la Storia come dice Paolo Mieli nel suo intervento non viene spiegata ai nostri studenti che sono stati costretti a frequentare una scuola dell’oblio.

Polledri è convinto che La Lega è cambiata nel tempo, passando da una concezione puramente etnica al tema centrale della questione antropologica, che è poi l’argomento al centro del dibattito europeo”. Il nostro Paese ha ancora bisogno del collante culturale e spirituale rappresentato dalla Chiesa Cattolica, che non è affatto un indice di ritardo come pensa ancora il prof. Ernesto Galli della Loggia. Oggi bisogna superare per Polledri quel contrasto tra la nazione culturale italiana, tutta permeata di Cattolicesimo e la nazione politica, questa è la spina più grande alla nostra identità.

All’interessante incontro organizzato dalla Lega ha partecipato un numeroso pubblico, da segnalare le interessanti domande poste ai vari relatori.

 

DOMENICO BONVEGNA

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