di Domenico Bonvegna
A proposito della guerriglia scatenata dai cosiddetti Black bloc a Roma dopo la fiducia al governo Berlusconi, un anonimo lettore del giornale online www.Legnostorto.it ironicamente scrive: “Come al solito non avete capito niente. Sono i soliti ragazzacci che si divertono, come… (e nomina un noto esponente pd) nel 68, a tirare qualche innocua molotov. Poi quando diventano più grandi formano le BR, che erano persone che avevano sbagliato (che cosa ?). Giustamente la finocchiaro vuole sapere chi li ha mandati, basta che si guardi in casa”.

La manifestazione di protesta del 14 dicembre, raccoglieva le istanze più disparate, dagli studenti universitari ai metalmeccanici, dai gruppi anti-discarica di Terzigno ai comitati dei terremotati dell’Aquila, una galassia variegata la cui calata a Roma non può essere certo considerata casuale. Una protesta organizzata con cura forse qualcuno immaginava un nuova marcia su Roma per fare pressione su un Parlamento che “doveva”scacciare Berlusconi. Forse poi è sfuggita di mano agli stessi registi dell’operazione, travolti da centinaia di giovani mossi soprattutto dalla voglia di distruggere tutto.

«Chi ha organizzato la canaglia squadrista contro il Parlamento? – Si chiede il direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara – Chi ha promosso i suoi slogan, oltre che i suoi pullman? Chi ha creato lo stato emotivo teppistico per un attacco a freddo alla vita democratica, mandando allo sbaraglio giovanotti attempati e carichi di libidine violenta?»

La risposta non è poi così difficile, è sotto gli occhi di tutti: “I responsabili della guerriglia urbana, che per un miracolo non ha fatto vittime, e che si è accanita contro i simboli del vivere civile nella capitale della Repubblica, sono noti. Una sinistra imbevuta ormai di bolsa ma aggressiva retorica anti-istituzionale, sulla scia di un ex poliziotto dalla vita difficile che lasciò tanti anni fa per una ambigua fuga verso la politica la magistratura, dopo aver contribuito in modo ancor oggi misterioso alla destabilizzazione della Repubblica dei partiti. E una borghesia priva di senno e di potere coesivo, che ha approntato il clima attraverso i suoi giornali, con una speciale menzione per la performance allarmistica e incitatoria del Corriere della Sera, che fingeva di scongiurare un clima giottino nel momento in cui lo fomentava tra le righe”.

Sotto il miserabile pretesto della “compravendita” di parlamentari si è scatenata una campagna di qualunquismo becero e di odio contro le istituzioni, e l’hanno chiamata “sfiducia dal basso” o “faremo l’inferno se il governo non cade”. (Giuliano Ferrara, L’incanaglimento della politica, 15. 12. 2010 Il Foglio).

A proposito dei giornali, molti si sono scandalizzati nel vedere il finanziere per terra con la pistola in mano, proteggendola, dai manifestanti che gli davano addosso con spranghe, calci e pugni. Il finanziere si trovava, con un gruppo di colleghi, isolato dietro una camionetta. A un certo punto i manifestanti (sempre pacifici, armati di sole spranghe, manganelli e caschi) sono riusciti ad aggredirlo, strattonarlo fino ad isolarlo dai suoi commilitoni e gettarlo a terra. In quel momento è cominciato il linciaggio: bastonate, pali divelti addosso, calci e pugni. Il casco del finanziere è stato spaccato, lo scudo protettivo rotto: il poveretto era a terra, in mezzo a una folla inferocita di studenti (quelli che lottano per difendere i rettori, che marciano sorridenti per Hamas e che chiamano Carlo Giuliani un eroe). Il Corriere, invece di stigmatizzare la teppaglia inferocita, colpevolizza il finanziere perché aveva l’arma in mano.

“In un paese serio, qualsiasi esso sia, il finanziere avrebbe dovuto avere il rispetto delle forze politiche, gli onori della stampa e quelli della pubblica opinione. Perché? Perché, preso nel mezzo da un gruppo di imbecilli votati all’omicidio, non ha usato la sua pistola e ha saputo tenere i nervi saldi. Perché, se il finanziere avesse usato la pistola per intimidire o proteggere la propria incolumità, questo sarebbe stato nel suo pieno diritto. O forse anche un suo dovere: quello di proteggere la legalità repubblicana. E che le penne rosse ci scusino per questo commento così tremendamente sudamericano, golpista e autoritario, ma noi sappiamo scrivere come gli antichi: solo nero su bianco”. (Andrea Bellantone, Come un finanziere diventa un mostro e i mostri diventano vittime, 15. 12. 2010 L’Occidentale)

Addirittura qualche giorno prima della manifestazione, una giornalista del Corriere della sera si era lamentata per i Palazzi blindati e poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un “manifestante”. Alla vigilia aveva accusato le forze dell’ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.

Ho trovato vergognose le parole della senatrice Anna Finocchiaro del Pd (partito in uno stato confusionale e demenziale, in piena deriva antagonista) che cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di “infiltrati” pagati, invece di chiedersi chi pagherà i danni e della figuraccia che ha fatto il nostro Paese di fronte a tutto il mondo. Altrettanto vergognosa è stata la trasmissione Annozero di Santoro, che ha fatto parlare sugli incidenti di Roma, soltanto i “pacifici”studenti universitari. Ultima vergogna i giudici che hanno liberato per direttissima i 22 giovani arrestati per le violenze.

Infine si dovrebbe sfatare il mito dei Black Bloc, scrive Legnostorto: “I Black bloc non esistono, nel senso che i media li chiamano in causa come entità misteriosa per depoliticizzare gli scontri, per evitare di spiegare chiaro e tondo all’opinione pubblica la loro natura politica, per tracciare una linea di confine netta tra violenti e i manifestanti pacifici. Una linea così netta che purtroppo non esiste. Basta ipocrisie: quelli che hanno provocato gli scontri di ieri non spuntano dal nulla, sono le frange più estreme e violente di una manifestazione, ma ne fanno parte e tutti gli altri ne sono nella migliore delle ipotesi consapevoli, nella peggiore complici un po’ meno coraggiosi. E’ una violenza tecnicamente “fascista”, ma che culturalmente e politicamente trova origine nell’estrema sinistra e occorre dirlo chiaramente, perché sono i movimenti di sinistra che devono farci i conti e isolarla”. (JiimMomo, Sfatare il mito dei Black Bloc, 15. 12. 2010 Legnostorto).

Domenico Bonvegna
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