di Massimo Pandolfi
Tratto dal sito Cultura Cattolica.it il 3 marzo 2011

Pubblicato da Massimo Pandolfi sul suo blog ( www.massimopandolfi.it ), a cui rimandiamo per ogni approfondimento

C’è un grande inganno dietro il dibattito che si è acceso in questi ultimi giorni, ma che in realtà va avanti da anni, sulla legge per le dichiarazioni anticipate di trattamento, sull’eventuale testamento biologico e sul presunto fine vita. Inganno che è frutto di ignoranza (esempio: Gianfranco Fini. O se volete Roberto Saviano) o di disonestà intellettuale (esempio: Ignazio Marino). In conseguenza di ciò si sentono e si leggono sciocchezze di ogni tipo. Il problema sta a monte: usiamo termini del cui significato non abbiamo pieno possesso. Anzi: di cui non conosciamo proprio il significato. Nell’immaginario collettivo due parole – disabile grave e malato terminale – hanno ormai lo stesso significato. Sono state mischiate, shakerate, confuse, parificate: ma non è così! Il disabile grave non è nella stragrande maggioranza dei casi un malato terminale! Eluana Englaro, tanto per capirci, non era una malata terminale. Malato terminale è colui che, a causa di una patologia, è arrivato agli sgoccioli della sua esistenza: ha un male dentro che avanza inesorabile. Il disabile è invece colui che, a causa di una malattia o di un trauma, vive in una condizione appunto di disabilità. Ma non ha dentro un male che avanza! Ha bisogno soltanto di essere curato, cioè ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui.

E allora il nodo sull’idratazione e nutrizione artificiale da fornire sempre e comunque, oppure no, a chi ne necessita, ruota attorno proprio a questi equivoci. Ignazio Marino (che è un medico, e queste cose dovrebbe saperle bene) ci prende in giro quando scrive su Il Corriere della Sera: ‘Immaginiamo una donna di 80 anni, con un tumore al seno e metastasi al cervello, ricoverata in coma in un reparto di terapia intensiva. Il suo corpo apparentemente continua a funzionare, i polmoni si gonfiano, l’intestino riceve nutrimento artificiale, il battito cardiaco è regolare grazie ai farmaci’. E poi Marino prosegue: ‘Fino a quando verrà tenuta in vita questa donna? Non si sa… Non ci sono decisioni da prendere, perché nessuno, né il medico, né i familiari, né il paziente stesso, può autorizzare l’interruzione delle terapie’. E per terapie Marino intende ovviamente anche idratazione e nutrizione artificiale. Il senatore del Pd, purtroppo, racconta una balla colossale. Non è vero che per un malato terminale (come la signora del suo esempio) è vietato interrompere l’idratazione e la nutrizione artificiale. Anche la nuova legge che il 7 marzo andrà all’esame della Camera prevede che ‘idratazione e alimentazione possono essere sospese quando non sono più efficaci nel fornire i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche del corpo’. Queste cose qui me le ha spiegate in modo molto più semplice un mio amico medico, Marco Maltoni, primario di due hospice in Emilia Romagna. Gli hospice sono i reparti di cure palliative dove spesso i malati terminali vanno a morire. ‘Arriva il momento – ha spiegato Maltoni durante un incontro pubblico – che il paziente che pure non ha bisogno di una nutrizione o idratazione artificiale, non riesce più a mangiare. Il suo corpo quasi respinge il cibo. Molti familiari mi dicono: non mangia più, così muore. Io gli rispondo: no, purtroppo sta morendo e quindi non mangia più’. Ma qui stiamo parlando di malati terminali, pazienti agli sgoccioli, e allora sì che in alcuni casi l’alimentazione forzata può diventare anche accanimento terapeutico. Ma se noi trasferiamo tutto ciò anche ai disabili gravi, gravissimi, estremi – alle persone in stato vegetativo, ad esempio – il discorso cambia completamente. Loro, lo ripeto, non hanno malattie, non hanno un male che avanza, non stanno per morire. Sono malati terminali come io che scrivo o tu che leggi. Il problema è un altro e allora guardiamoci negli occhi e diciamocela tutta la verità camuffata dietro ideologie o discorsi: non sono utili, sono un peso, magari un costo, qualcuno di noi ritiene che la loro vita non sia degna di essere vissuta, perché per il mondo moderno vita piena vuol dire soltanto correre come dei forsennati dalla mattina alla sera, mica restare immobili e silenziosi per giorni, settimane, mesi, magari anni, in una stanza, in una carrozzina. Non bariamo, caro senatore Marino, sul significato delle parole. Qualcuno potrà dire che noi ‘sani’ possiamo decidere se vivere o morire, eventualmente abbiamo anche la possibilità di suicidarci se l’esistenza diventa un peso insostenibile, mentre una persona in stato vegetativo no, non può fare nulla e allora sarebbe giusto che una sua precedente volontà valesse oro colato. ‘Fatemi morire se mi dovesse capitare di… ’. Calma, i suicidi da che mondo è mondo esistono, certo, ma la legge, uno Stato, non ti danno gli strumenti per ammazzarti. Sarebbero disumani. Casomai una legge, uno Stato, dovrebbero mettere tutti, ma proprio tutti, nella condizione di provare a trovare un significato alla propria esistenza anche in caso di disabilità grave, gravissima, estrema. Dovrebbero aiutare di più i disabili e i loro familiari che soffrono e spesso non sanno che fare di fronte al mistero. E’ possibile, si può! Io ho tanti amici, disabili gravi, disabili estremi, che sono felici! La realtà batte i ragionamenti. Aveva proprio ragione Alexis Carrel: ‘Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità’.