di Giuseppe Cremascoli
Tratto da Rai Vaticano – il blog il 20 dicembre 2010

Nel processo educativo si dà (o si dava) gran peso – come si è detto – al tema delle cattive compagnie, per mettere in guardia soprattutto gli adolescenti e i giovani dal loro nefasto influsso.

Si trattava di una delle certezze collettive accolte in tutti i settori della cultura e della prassi. A distanza di decenni ricordo i messaggi, trasmessi in tal senso, da libri di lettura diffusi al tempo delle mie scuole medie. Allora si studiavano a memoria poesie anche in altre lingue, e mi è rimasto impresso il verso conclusivo del primo testo della nostra antologia di francese, in cui si leggeva: «fuyez, fuyez les mauvais compagnons». Ho ancora la sensazione che, poeticamente, non ci fosse granché, ma, quanto al senso del messaggio, non potevano sussistere dubbi.

Qualcosa mi dice che oggi, anche in questo campo, le cose sono molto mutate, per tutta una serie di fatti. Il paradigma dei valori di riferimento ha, infatti, bisogno di stampelle da tutte le parti. Parecchi modelli di un tempo sembrano giganti con piedi di creta, per non parlare di quegli educatori riguardo ai quali non si saprebbe dire se possono stare in cattedra o se è meglio che occupino i banchi. È, dunque, tempo di ricomporre i quadri, forse per dar vita a certezze meno numerose e strutturate di quelle di un tempo, e, in ogni caso, da sottoporre al vaglio di controlli e di verifiche, per evitare che si cristallizzino in luoghi comuni, avulsi dalla realtà.

Chi si trova ad avere dei compiti educativi dovrà, anche oggi, aiutare a individuare dove sono le compagnie cattive e perché esse debbano essere ritenute tali. Un criterio generale per trovare un po’ di orientamento nei misteri dell’ora che volge, potrebbe essere questo. Vanno ritenuti da evitare luoghi e gruppi ove è evidente la degenerazione di valori indiscutibili, da tutti amati ma corrosi dalla cattiva volontà e dirottati ad usi impropri. La libertà, ad esempio, è certamente una grande conquista, ma guai ad usarne male, sbandierandola come pretesto per scusare comportamenti che procurano danni così gravi da indurre nell’individuo l’incapacità di rendersene conto. Ambienti e gruppi dove le cose vanno così, pullulano ovunque, e il processo educativo deve assumersi l’impegno di liberare soprattutto i giovani dagli inganni che portano a cadere nella rete.

Un altro mito di oggi è espresso da quell’insieme di cose a cui si dà il nome di divertimento. Un’angoscia collettiva sembra incatenare le menti se non ci si è divertiti abbastanza, cioè senza aver partecipato a iniziative pubblicizzate con ossessionante insistenza, che impongono, tra l’altro, notti perdute perché sottratte al riposo, spese non lievi e gironzolii in tanti luoghi distanti e di nomi diversi, ma in sostanza tutti uguali. A monte di tutto serpeggia l’idea che non ci si può sottrarre ad esperienze che fanno ormai parte della vita, e alle quali nessuno si nega.

Ma, di grazia, dove è lo spirito critico quando fossero queste idee ad ispirare i nostri comportamenti? Non se ne parla molto, ma tra i compiti educativi di oggi dovrebbe essere ben presente l’impegno a rendere capaci – soprattutto gli adolescenti e i giovani – di spirito critico, inteso come seria e onesta analisi dei disastri in agguato quando si è travolti dalle pretese del branco. Quello che più angoscia è che spesso i danni colpiscono chi, nel branco, è meno furfante di altri e si fa trascinare anche per una vaga volontà di non contrastare individui erroneamente ritenuti amici. Non c’è compagnia peggiore di quella in cui gli errori e il male provengono dall’aver profanato un valore tanto grande qual è l’amicizia.