Il Fronte islamico di difesa lancia una campagna contro la cristianizzazione

ROMA, giovedì, 8 luglio 2010 (ZENIT.org) .- La Chiesa in Indonesia ha chiesto al governo  di fermare i gruppi radicali islamici e di “difendere con chiarezza una cultura del rispetto della dignità umana, dei diritti e delle libertà fondamentali, tutelate dalla Costituzione indonesiana”.

E’ quanto ha dichiarato in un colloquio con l’agenzia Fides padre Benny Suseyto, Segretario esecutivo della Commissione per l’ecumenismo e gli affari interreligiosi, in seno alla Conferenza episcopale dell’Indonesia.

Di recente, infatti, i radicali del Fpi (“Front Pembela Islam”, Fronte islamico di difesa) hanno creato speciali “corpi di guardia” per segnalare e fermare le supposte “conversioni di massa” organizzate dai cristiani. Nella città di Bekasi, cittadina a 30 km da Giacarta, circolano gruppi di militanti vestiti in uniformi delle arti marziali, guardati con preoccupazione dai cristiani.

Già nel periodo 2009-2010 nell’area di Bekasi si sono registrati almeno sei episodi di attacchi a chiese o istituti cristiani.

Nei giorni sorsi, si era tenuto sempre a Bekasi un congresso di oltre 200 leader di gruppi islamici radicali, fra i quali l’Fpi, il “Bekasi Movement Against Apostates” e l’“Islamic Ummah Forum”.

Il congresso era incentrato “sull’allarmante fenomeno della cristianizzazione, che accade non solo a Bekasi ma in tutta l’Indonesia” ha detto Habib Rizieq, leader del Fpi nel suo discorso, secondo quanto riportato da Fides.

In una dichiarazione composta da 32 raccomandazioni, il congresso ha chiesto con forza agli amministratori della città di “governare seguendo i principi dell’islam e della sharia”. I gruppi presenti hanno dato vita a una nuova formazione denominata “Bekasi Islamic Presidium”, che ha già lanciato un appello a tutte le moschee delle città, per “contrastare la cristianizzazione”.

Per il momento, ha precisato tuttavia padre Benny Suseyto, “non abbiamo notizie di pericoli imminenti o violenze sui cristiani. I gruppi islamisti di Bekasi hanno lanciato per ora un avvertimento”.

Secondo il sacerdote, alle radici della questione, di cui spesso fanno le spese anche i cattolici, “vi sono tensioni con alcuni gruppi di predicatori cristiani, spesso non identificabili con nessuna Chiesa, che creano problemi con il loro proselitismo esasperato”.

Sull’operato e la libertà dei radicali del Fpi, il Segretario ha notato che “esiste un problema interno alla polizia, dove ci sono esponenti che appoggiano il Fpi. Inoltre non mancano le protezioni politiche”.

La Commissione nazionale per i diritti umani – organismo statale – ha detto pubblicamente che in alcuni recenti incidenti in cui è stato coinvolto il Fpi (i facinorosi hanno bloccato un meeting fra parlamentari) la polizia è stata “negligente”.

Governo debole, spazio ai gruppi islamici radicali

Padre Emmanuel Harjito, sacerdote della diocesi di Giacarta e Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Indonesia, ha detto a Fides che i radicali del Fpi “stanno approfittando della debolezza del governo centrale, scosso da scandali di corruzione e malgoverno, che toccano i vertici politici, finanziari, militari”.

“Il governo stesso li teme e si fa condizionare: i radicali contano anche su appoggi nel mondo politico”, ha aggiunto.

Padre Ignazio Ismartono sj, responsabile del “Centro di crisi” della Conferenza Episcopale, ha spiegato ancora all’Agenzia Fides che “la linea della Chiesa è questa: non reagire da soli alle provocazioni dei radicali, ma cercare sempre la comunione ecumenica e la piena armonia e collaborazione di altri leder religiosi, a partire dai musulmani”.

“Inoltre cerchiamo di agire sempre in cooperazione con tutti gli altri organismi della società civile, con le organizzazioni per la tutela dei diritti umani e con i partiti politici che difendono la democrazia”, ha continuato.

Il volto moderato dell’islam in Indonesia

Secondo padre Benny Suseyto, “il Fpi è un gruppo minoritario, che tenta di alimentare la tensione e l’odio interreligioso, manipolando la popolazione. Il vero islam indonesiano è quello moderato”.

Valeria Martano, responsabile della Comunità di Sant’Egigio per l’Indonesia, raggiunta dall’agenzia Fides a Giacarta, ha detto a sua volta che “gruppi estremisti come il Fpi sono pochi ma rumorosi. A volte trovano terreno fertile nelle fasce povere ed emarginate della popolazione. Infatti nell’Indonesia odierna, dietro una forte crescita economica (+ 5,7% del Pil nel primo quadrimestre 2010) si cela un aumento del divario fra ricchi e poveri, foriero di tensioni sociali, nelle quali a volte può rientrare anche il fattore dell’identità etnica o religiosa”.

“Le grandi organizzazioni musulmane come ‘Nadhlatul Ulama’ (60 milioni di aderenti) e ‘Muhammadiyah’ (40 milioni) hanno sempre mostrato un volto dialogante e pacifico – ha spiegato poi padre Benny Suseyto –. Con loro difendiamo l’idea di una nazione ispirata ai cinque principi del Pancasila e al rispetto reciproco fra tutte le comunità religiose”.

E infatti i maggiori gruppi musulmani dell’Indonesia hanno subito sconfessato le richieste del congresso di Bekasi, ribadendo il valore di uno Stato laico. Inoltre, una coalizione formata da membri di diversi partiti presenti nella Camera dei Rappresentanti ha chiesto ufficialmente al Presidente  Susilo Bambang Yudhoyono di fermare l’azione del Fpi e di dichiararlo “organizzazione illegale”.

“Se chiedessimo la sharia a Bekasi, in altre province altre comunità religiose potrebbero fare lo stesso, chiedendo politiche ispirate ai principi delle fedi”, ha detto Iqbal Sulam, Segretario Generale della “Nahdlatul Ulama”. “L’islam è una benedizione per l’intero universo ed è un dovere per tutti i musulmani rispettare i credenti di altre fedi”, ha aggiunto.

Mons. Johannes Pujasumarta, Segretario generale della Conferenza Episcopale, interpellato dall’Agenzia Fides, ha dichiarato: “Con i leader musulmani e di altre religioni abbiamo di recente ribadito la volontà di lavorare insieme per costruire una società basata sull’armonia e sulla pace, chiedendo al governo di adoperarsi per questo stesso scopo, che preserva il bene comune. Intendiamo continuare su questa strada, senza rispondere alle provocazioni e senza alimentare tensioni”.

Questa volontà è emersa con maggior forza dai nuovi vertici di “Nahdlatul Ulama” e “Muhammadiyah”. La Muhammadiyah – che gestisce scuole, università e attività sociali – ha concluso giorni fa il suo 46° Congresso, festeggiando anche il centenario della sua nascita (1912). Al vertice dell’organizzazione è stato rieletto, per un secondo mandato quinquennale, Din Syamsuddin, leader che ha confermato, a livello nazionale e internazionale, una chiara volontà, orientata alla moderazione e al dialogo con altre comunità religiose, con la società, con il mondo politico.

Nel marzo 2010 è stata invece la Nu a scegliere come nuovo presidente Sais Agil Siradj, che ha subito dichiarato di voler seguire la linea tracciata dall’ex leader Nu ed ex presidente indonesiano Abdurrahman Wahid, l’amato “Gus Dur”. La Nu, fondata nel 1926, è espressione di un islam tradizionale, radicato soprattutto nelle zone rurali, ed è un’organizzazione storicamente sempre aperta e tollerante verso le altre minoranze religiose.