Perché rischiamo che l’Europa si trasformi in un grande Jyllands Posten
Tratto da Il Foglio del 29 dicembre 2010

E’ il più grave complotto terroristico nella storia della Danimarca da quando, cinque anni fa, il quotidiano Jyllands Posten pubblicò le vignette su Maometto.

Doveva essere un attacco in “stile Mumbai” con obiettivo il giornale più  minacciato dall’internazionale jihadista. Si salda la connection nordeuropea: alcuni arrestati avrebbero passaporto svedese, come l’attentatore di Stoccolma. Un anno fa aveva rischiato di morire l’autore delle caricature, Kurt Westergaard. La fatwa contro gli austeri giornalisti e vignettisti scandinavi si autorigenera e non si placa. La battaglia ingaggiata dal fondamentalismo islamico contro la libertà d’espressione in occidente si è come incarnata nell’edificio che ospita il Jyllands Posten. Vi si entra dopo aver superato una barriera di filo spinato alta due metri e lunga un chilometro.

Videocamere ovunque, poliziotti a difesa dell’edificio, neanche fosse un consolato americano in medio oriente. L’accesso è ostacolato da grandi pietre e l’ingresso per le auto è consentito tramite un cancello a doppia chiusura, come nelle banche. I dipendenti possono entrare soltanto con un codice personale. Sei anni fa ci si poteva intrattenere in sofismi sulla ragionevolezza delle vignette, ma da quando questi disegni sono diventati il pegno delle nostre libertà, da quando una schiera di scrittori e artisti è stata arruolata a forza nella black list della paura, il cosiddetto mondo “libero” non dovrebbe mostrarsi pavido nella solidarietà ai giornalisti danesi. Il prezzo che pagherebbe sarebbe vedere trasformare tutta l’Europa in un grande Jyllands Posten. Il jihadismo latente è sotto le nostre case, ormai.