Dopo 5 anni riapre la Sala delle Icone dei Musei vaticani

di Elizabeth Lev

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 2 marzo 2009 (ZENIT.org).- Mentre sul colle del Quirinale si celebra il dinamismo con la mostra pittorica “Futurismo. Avanguardia-Avanguardie”, in Vaticano è in scena la stabilità. Dopo oltre cinque anni di restauri, è stata riaperta, a fine gennaio, la Sala delle Icone dei Musei vaticani.

Nascosta in un angolo della Pinacoteca vaticana, la sala delle icone bizantine contiene 115 immagini di tempera su legno, che risalgono al periodo fra il XV e il XIX secolo. In questa parte, spesso trascurata, del museo, le icone erano un tempo esposte in uno spazio scuro con scarse didascalie.

Da quest’anno, la collezione di icone è curata in modo specifico ed il suo spazio espositivo è stato migliorato. L’illuminazione consente ai visitatori di apprezzare i raffinati dettagli che spesso caratterizzano queste opere d’arte.

Il pezzo più importante nella sala è un’iconostasi del 1808. Questa struttura, posta come divisorio fra l’altare e i fedeli, è alta circa un metro e mezzo e larga tre, ed è coperta di immagini. Giovanni il Battista è raffigurato nella gloria nella parte superiore, mentre più in basso è visibile la sua decapitazione. San Cristoforo ha un’analoga sistemazione nel lato opposto. Le immagini centrali rappresentano Maria e Cristo. Tra queste vi è una raffigurazione piuttosto rara nell’arte occidentale di una Madonna con Bambino seduti in un calice. Il titolo dell’icona è “Maria, fonte della vita”, ed è un esempio lampante della base teologica delle icone orientali.

Le icone rappresentano la verità teologica. A differenza dell’arte rinascimentale, in cui gli artisti si ponevano come mediatori dei racconti sacri, traducendoli nel linguaggio visivo del tempo, le icone raffigurano un insegnamento e ne assicurano la continuità. Gli occhi rigonfi del Cristo indicano che egli è onniveggente, la gola ingrossata evidenzia che egli è la Parola. Le vesti viola sono espressione della sua regalità e le due dita allungate rappresentano la sua duplice natura divina e umana.

La staticità dell’immagine cristallizza la Verità perché questa sia contemplata dall’uomo. Le icone sono di dimensioni ridotte e molte sono in formato da viaggio, per consentire all’uomo di trovare sempre, nel cammino della sua vita, un momento di quiete con il suo Salvatore.

Una splendida icona del funerale di Efron lo Stilobate del 1630 mostra un paesaggio di grotte all’interno delle quali meditano degli eremiti. In ciascuna di queste celle spoglie, prive di arredi e di comodità, pende un’icona, un tributo all’importanza devozionale di quest’arte.

Numerose le scene mariane disseminate nella sala. Tra queste, la famosa immagine della “Dormizione della Vergine”. L’onnipresenza di Maria in queste opere ricorda il fatto che molte delle nostre devozioni, per esempio l’Immacolata Concezione, hanno origine in Oriente e sono state portate in Occidente durante l’epoca dell’iconoclastia.

La controversia iconoclastica si è sviluppata tra il 730 e l’847, con una breve interruzione alla fine dell’VIII secolo. Durante questo periodo innumerevoli icone sono state distrutte, a causa del timore di alcuni governanti orientali che la loro debolezza rispetto ai musulmani fosse dovuta alla pratica dell’idolatria. Gli iconofili fuggirono in Occidente, molti a Roma, influenzando profondamente l’arte italiana, fino all’epoca del Rinascimento.

Questa parte dei Musei riapre in un momento significativo per la Chiesa bizantina. La prima domenica di Quaresima, nel rito bizantino, è nota come Domenica dell’Ortodossia in cui si celebra la definitiva sconfitta dell’iconoclastia nel 847. Come celebrazione del trionfo delle immagini sacre, per tradizione, tutte le icone mobili venivano portate in processione attorno alla chiesa.

In questo tempo di preparazione quaresimale, le icone offrono un momento di ritiro dalle distrazioni della vita moderna, per meditare nella quiete del silenzio sulla nostra fede e la nostra salvezza.