Afferma l’Arcivescovo di Kirkuk dei Caldei

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 5 marzo 2009 (ZENIT.org).- In Iraq “se la gente va via se ne va anche la storia”, afferma monsignor Louis Sako, Arcivescovo di Kirkuk dei Caldei.

In un’intervista a “L’Osservatore Romano”, il presule ha riconosciuto che la vita della comunità cristiana nel Paese sta sperimentando “un lento miglioramento”, perché molte famiglie cristiane che erano emigrate “stanno tornando dalla Siria, dal Libano, dalla Giordania, dal Nord del Paese per recuperare le loro case, i loro beni e il loro lavoro”.

Ora, osserva, “potranno condurre una vita dignitosa anche perché i salari sono più alti. Un professore, per esempio, riesce a guadagnare al mese più di quattrocento dollari statunitensi e si può permettere di mantenere la famiglia. Al tempo del precedente regime questi stipendi erano impensabili, a malapena riuscivano a guadagnare tre dollari al mese”.

Dal punto di vista religioso, “alcuni giorni fa è stata riaperta dopo due anni la chiesa dedicata al beato Mar Zaiya nel pericoloso quartiere di Dora/Al Mekanic”, ha ricordato, auspicando che possano riaprire presto tre chiese caldee chiuse qualche anno fa, anche se attualmente non ci sono sacerdoti disponibili per le funzioni liturgiche.

Perché la situazione riesca a tornare alla normalità, secondo l’Arcivescovo occorre lavorare per la riconciliazione tra le varie comunità presenti nel Paese.

“Cristiani e musulmani hanno bisogno l’uno dell’altro, non possiamo permetterci ulteriori divisioni che potrebbero danneggiare seriamente l’Iraq”, ha dichiarato.

“La Chiesa può essere strumento per il dialogo e per la pace e ponte con l’Occidente”. Anche se le Chiese orientali “sono piccole e deboli”, ammette, “insieme possono fare un miracolo perché i musulmani hanno bisogno dei cristiani”.

Circa l’aspetto politico, il presule ha sottolineato la necessità di raggiungere la democrazia: “è indispensabile, ma non l’abbiamo mai avuta – ha confessato –. Gli iracheni non sanno cosa significa vivere in un Paese democratico. Abbiamo vissuto per tanti anni in un regime dittatoriale”.

“Pian pianino dobbiamo uscire da quella ‘forma mentis’ e abituarci ad un nuovo modo di vivere, ma non sappiamo cosa fare e come comportarci. Occorre formare i politici e le persone alla democrazia; per questo chiediamo aiuto alla Santa Sede e alla comunità internazionale”.

La grande partecipazione alle recenti elezioni dei consigli provinciali “dimostra che gli iracheni sono già aperti alla democrazia”, osserva. “Purtroppo, ai cristiani sono stati assegnati soltanto tre seggi a Bassora, Baghdad e Kirkuk, ma è troppo poco, ci vorrebbero almeno otto-dieci seggi. Dobbiamo lavorare su questo, dobbiamo riuscire a ottenere più rappresentatività alle prossime elezioni. Adesso, sia la Chiesa che i partiti politici devono impegnarsi per garantire i diritti dei cristiani”.

L’Arcivescovo ha quindi espresso preoccupazione per l’abbandono dell’Iraq da parte delle truppe statunitensi, annunciato dal Presidente Barack Obama. “Se da un lato è giusto che i militari abbandonino gradualmente l’Iraq, dall’altro c’è il pericolo che il Paese difficilmente riesca a stare in piedi senza l’aiuto internazionale”. “Occorre creare una forza militare che sia in grado di garantire la sicurezza interna e anche fuori dai confini”.

“È indispensabile la riconciliazione tra i gruppi politici iracheni, poiché questo è un Paese fragile, non c’è niente di solido, occorre rafforzare tutto”.

Per uscire dalla crisi, ha aggiunto, potrebbe essere molto utile anche un Sinodo per la Chiesa orientale, che monsignor Sako ha chiesto direttamente a Papa Benedetto XVI.

“Il Papa si è detto disponibile e ci ha rassicurato che la Santa Sede sarà al nostro fianco – ha rivelato –. La comunità cristiana in Iraq ha bisogno di un segnale forte, ha bisogno di tanta serenità e speranza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per impedire che gli iracheni lascino il Paese. Se la gente va via se ne va anche la storia”.