Soltanto una classe dirigente che, dall’Unità in qua, ritiene i cittadini del suo Paese sostanzialmente canaglia, può ipotizzare di salassarli senza indennizzo di sorta
di Alberto Mingardi
Tratto da Il Riformista del 24 dicembre 2010
Tramite il sito dell’Istituto Bruno Leoni

Non c’è testimonianza più triste della sostanziale irrilevanza degli ultimi sedici anni di vita italiana (e dei figli dello spirito del tempo, incluso questo giornale) di due “notizie” di questi giorni. La prima, passata sui quotidiani senza che battesse colpo, riguarda l’introduzione dello “spesometro”: da aprile dell’anno nuovo, chi acquisti un bene di valore superiore ai 3000 curo dovrà comunicare il suo codice fiscale al negoziante, tenuto ad informare l’Agenzia delle Entrate. La seconda è il dibattito, tutto interno alla classe dirigente, sulla proposta di Giuliano Amato: una “donazione” (involontaria, non un regalo di Natale) che aiuti a ridurre il debito pubblico.

L’idea di Amato pare improntata al buon senso contabile, è ispirata da un evidente senso di urgenza e di paura (altrimenti perché mai andrebbe a solleticare brutte memorie, proprio lui?), ma è una lapide simbolica calata sul Paese. Se siamo ancora al’92, se dobbiamo ancora risolverci al furto con scasso con la complicità delle banche, a che cosa sono serviti gli ultimi diciott’anni? Di più: se il disordine della spesa pubblica è stato il vero marchio di fabbrica della prima repubblica, siamo davvero sicuri che sia mai cominciata la seconda?

Il “riordino dei conti” è stata la bandiera di almeno quattro governi: Dini, il primo e il secondo Prodi, l’ultimo Berlusconi. La riduzione della spesa era apparentemente insita nell’idea di Italia che sia i governi Berlusconi, sia a sinistra almeno il primo Prodi e D’Alema, hanno proposto al Paese. Hanno mantenuto le proprie promesse con tale efficacia, che oggi si torna lucidare il vecchio piede di porco. Può esserci testimonianza più palmare del fallimento di tutta una classe dirigente?

Del resto, la stessa proposta di Amato sembra partire dall’idea che l’incapacità del ceto politico di frenare la spesa sia un “dato”. E solo quando ogni tentativo di contenere e ridurre lo Stato si dimostra illusorio, che ci si può mettere nell’ottica di accettare un super-borseggio episodico, in aggiunta a quello cui periodicamente siamo già tutti sottoposti. Soltanto una classe dirigente che, dall’Unità in qua, ritiene i cittadini del suo Paese sostanzialmente canaglia, può ipotizzare di salassarli senza indennizzo di sorta. Questa classe dirigente è convinta che l’Italia che produce sia l’Italia che delinque, che le tasse vengano eluse ed evase non perché insostenibili ma perché “manca il senso dello Stato”, che chi dice di essere oppresso dallo Stato padrone in realtà ne approfitta a più non posso.

Il fatto che questa sia la melodia di fondo, che l’adesione a questa visione del mondo qualifichi ancora l’appartenenza alle élite del nostro Paese, ci permette già di prevedere quale sarà il lascito del “berlusconismo”, una volta che il Capo sarà salito al Quirinale, o avrà altrimenti garantita la propria sopravvivenza giudiziaria. Per testamento, un foglio bianco.

E siamo allo spesometro. Quand’era minoranza, l’atto politico più cospicuo dell’attuale maggioranza fu una grande manifestazione contro la finanziaria del 2006 e “lo Stato di polizia tributaria”. In quella occasione, l’allora capo dell’opposizione spiegava che “siamo qui perché vogliamo opporci ad una cultura che diffida degli individui liberi”. E ancora: “Siamo qui per dire no alla mostruosa macchina fiscale messa in opera dal governo per schedare tutti i cittadini, per controllarne i comportamenti, fino ad ogni minimo passaggio di denaro ed addirittura con l’invito alla delazione fiscale”.

Ricorderete le polemiche sul manifesto di Rifondazione, “anche i ricchi piangano”. Berlusconi aveva replicato che la categoria dei “ricchi”, per i suoi avversari politici, includeva artigiani, commercianti, liberi professionisti, piccoli risparmiatori, non solo frequentatori del jet set. Sono gli stessi “ricchi” che a Natale arrivano eccezionalmente e magari non senza sacrificio a spendere 3000 euro in un negozio di elettrodomestici, fra televisore al plasma e impianto stereo.

Presi come siamo da questioni di sostanza quali lacrime di ministre e piazzate di figlie comprensibilmente gelose, dello spesometro non si è accorto nessuno. Per la cultura di chi i giornali li scrive, ogni misura che costringa all’obbedienza un popolo di ladri è una buona cosa. La libertà è cosa per chi le serrande le sfascia, non per chi le tira su alle sei del mattino.

Per l’establishment, ogni stratagemma con cui aumentare il prelievo va bene – perché solo così si riuscirà a nascondere la prova provata del proprio fallimento, nella tempesta dell’euro. All’atto pratico, lo spesometro avrà come prima conseguenza un aumento del “nero”. Non sarebbe la prima volta che la lotta all’evasione finisce per incentivarla. Intanto, il ritratto dei nostri governanti resta quello, perfetto, che fece tal Berlusconi Silvio il 2 dicembre 2006. “Per loro l’impresa è solo una macchina per sfruttare i lavoratori, per loro il profitto è una colpa, per loro il risparmio è un privilegio da colpire e da tassare, per loro l’elevazione sociale, la proprietà di una casa, ottenuta attraverso enormi sacrifici e una vita intera di lavoro, rappresentano un atto di superbia da punire”. Amen.