In un procedimento legale nel Regno Unito conviene di più lasciarsi andare a effusioni lesbiche che farsi il segno della croce in pubblico. Tutta colpa dello Human Right Act del 1998
di Valentina Fizzotti
Tratto da Il Foglio del 28 dicembre 2010

Nel Regno Unito i gay sono più tutelati dei cristiani. Tutta colpa, secondo il vescovo di Winchester Michael Scott-Joynt, dell’analfabetismo religioso che dilaga fra quelli che contano, dai politici ai giornalisti e soprattutto ai giudici, e di una legge che piace poco a David Cameron ma molto a Nick Clegg.

Domenica, nella trasmissione The World This Weekend in onda su Bbc Radio, il vescovo ha commentato il caso di Gary McFarlane, lo psicoterapeuta di coppia che ha perso il suo lavoro (e poi anche il suo ricorso in tribunale) per non aver voluto fornire i suoi consigli in materia di sesso a una coppia gay in crisi.

Uscito sconfitto dall’aula, McFarlane ha detto che la sua storia era “senza dubbio un esempio di come i cristiani sono perseguitati nella Gran Bretagna di oggi”. “Un giudice d’appello – ha detto il vescovo alla Bbc – ha sancito che quelle che riguardano la fede cristiana sono soltanto questioni di opinione e la legge può benissimo non tenerne conto quando si tratta di decidere che cosa è giusto o sbagliato sul luogo di lavoro. Probabilmente per la prima volta nella nostra storia c’è una diffusa carenza di alfabetizzazione religiosa fra chi detiene potere”. Il rischio è che per i professionisti che sono anche credenti devoti, diventi troppo difficile “lavorare in alcuni ambiti di servizio pubblico, compreso il Parlamento”.

Scott-Joynt, che si era già espresso molte volte contro l’equiparazione delle coppie omosessuali ai matrimoni etero e soprattutto contro l’ordinazione di preti gay, ha poi accusato il Parlamento di essersi comportato in maniera “alquanto tirannica” nei confronti delle agenzie di adozioni cattoliche, alle quali con il Sexual Orientation Regulation è stato imposto di assumere gay e non cristiani perché le coppie omosessuali siano prese in considerazione come possibili genitori adottivi. Così quest’anno una pediatra cristiana, Sheila Matthews, è stata esclusa dal comitato locale per le adozioni in cui lavorava (non aveva intenzione di perorare la causa di due padri o due madri).

Per lo stesso regolamento, a marzo la proprietaria (cristiana) di un bed&breakfast a Cookham è stata citata per discriminazione dalla coppia gay a cui non voleva dare in affitto una camera matrimoniale. L’ultima frontiera del cristianamente scorretto all’inglese resta però il crocifisso: un’infermiera cinquantenne è stata rimossa dai suoi compiti perché rifiutava di togliersi il crocifisso che portava al collo. La signora, Shirley Chaplin, ha fatto ricorso per discriminazione e l’ha perso.

L’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey, si è così arrabbiato da aver promosso per dicembre la campagna “I’m not ashamed”, in cui invita tutti i credenti a scriversi sulla maglietta e sul cruscotto “Io sono cristiano e non me ne vergogno”. Alla base di quello che i vescovi chiamano “lo squilibrio di diritti fra le minoranze sessuali e i cristiani”, il motivo per cui in un procedimento legale in Inghilterra conviene di più lasciarsi andare a effusioni lesbiche che farsi il segno della croce in pubblico, c’è il Human Right Act del 1998, una legge che servì a recepire nel diritto britannico i principi sanciti dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Grazie a  quella legge un cittadino britannico può rivolgersi a un tribunale locale se crede che i suoi diritti siano stati violati, senza passare dalla Corte di Strasburgo. In campagna elettorale l’attuale premier Cameron propose di cancellarla e rimpiazzarla con una legge fatta su misura sull’Inghilterra e le sue tradizioni (e non scopiazzata, com’è ora, da quella europea). I Libdem, invece, di tutt’altro avviso, si sono limitati a promettere l’istituzione di una commissione che si occupi di capire se è possibile integrare i diritti all’inglese con quelli all’europea.

Ma se in Gran Bretagna sono costretti a inneggiare al Christian Pride, anche in Francia i cristiani non sono messi meglio. Anzi, a sentire il vescovo della diocesi di Saint-Etienne, Dominique Labrun, lì i cattolici sono maltrattati. “Per esempio in un’Università o in un liceo – ha detto il vescovo nella sua intervista sul Natale al quotidiano Le Progrès, – se un ragazzo dice di essere cristiano lo prendono in giro”. Per i ragazzi musulmani invece tutto fila liscio, sarà per il principio di laicità alla francese: “La laicità – spiega il vescovo – serve soltanto come pretesto per impedire ai credenti di esprimere la loro fede”.