Incredibile compromesso tra un padre che considera quella materia “impura” e la scuola della ragazzina: seguirà la lezione con le orecchie tappate. E il giudice di pace avalla l’accordo: “È un bene per la bimba”. Il nostro sondaggio: per il 75% gli immigrati sono un problema
di Manila Alfano
Tratto da Il Giornale dell’8 dicembre 2010

Non c’è neppure la scusa del rock. La musica maledetta può arrivare anche dalle note un po’ stonate di un flauto dolce.  L’unico rimedio è non ascoltare. La ragazzina ha i tappi alle orecchie. Lo vuole il padre, un imam di Reggello, a pochi chilometri da Firenze. I compagni di scuola suonano e solfeggiano, lei non può ascoltare. Silenzio. Suo padre è stato chiaro. Lo ha detto ai professori e al preside.

Quei tappi, quella censura, salveranno l’anima e l’identità della figlia: «La musica è da infedeli, lei non può seguire le vostre lezioni». Così lui, il padre padrone, ha chiuso la vicenda. O l’ora di musica la fa con le orecchie tappate o la figlia non andrà più a scuola. E allora il compromesso lo hanno dovuto trovare le insegnanti, lui ha dettato le regole, la scuola ci ha messo la fantasia e la buona volontà. Per non danneggiare la bimba, per non toglierle la possibilità di stare con i compagni di classe: quando ci sarà lezione di musica la mamma o il papà andranno a scuola, entreranno in classe e le metteranno i tappi alle orecchie. E lei resterà lì seduta, assente e attonita, come se guardasse un film senza volume, vedrà una professoressa battere il tempo e ragazzini suonare. Ma non sentirà nulla. Le verifiche saranno scritte, niente pratica. Prendere o lasciare. L’imam non ha intenzione di mediare. Non importa se c’è una legge che parla di scuola dell’obbligo, non importa se alla bambina piace studiare, essere uguale ai compagni. L’imam continua a ripetere: «La mia religione vieta alle bambine di ascoltare la musica, tanto meno quella degli Infedeli».

È per colpa di questa rigidità che l’anno scorso la bambina è stata bocciata. Troppe assenze. Gli insegnanti non hanno neppure potuto darle i voti, l’hanno vista troppe poche volte. La preside ha segnalato le assenze al sindaco, ai carabinieri. Si è aperto il processo nei confronti del padre che l’ha tenuta a casa, e se a maggio il giudice di pace deciderà che il padre è da condannare, gli farà pagare una multa. Al massimo. Intanto il giudice di pace alla notizia dei tappi ha commentato: «Una vittoria per la bambina». E così a Reggello ha vinto la rigidità di un imam che detta le sue regole. «È una sconfitta per la scuola» ha detto la dirigente scolastica. Ma Costantino Ciari, consigliere comunale a Pian di Scò, comune che confina con Reggello non ci sta: «Ma altro che sconfitta della scuola, è la sconfitta dello Stato. E nessuno, davanti a questa assurda scelta si è meravigliato. Hanno accettato in silenzio, per il quieto vivere. E che succede la prossima volta?».

Eppure la musica non è che l’ultimo «incidente» nelle scuole. Ci sono stati i crocifissi, tolti dalle pareti delle aule per non disturbare la sensibilità dei bambini di altre religioni o per non innervosire i genitori che di religione non ne vogliono neppure sentire parlare. Per lo stesso motivo a Natale molte scuole hanno scelto di non fare il presepe. Poi ci sono state le mense e i menù differenziati. Anche in questo caso sono arrivate accuse ai dirigenti scolastici perché non mostravano abbastanza sensibilità nei confronti dei bambini che non potevano mangiare prosciutto o carne di maiale. Un problema che non è solo dell’Italia. In Francia in tempo di crisi addirittura diverse scuole hanno dovuto rinunciare al menù occidentale per tenere solo quello musulmano. Scelte che dovrebbero inquietare, un’Europa che dovrebbe interrogarsi davanti ad una perdita continua di identità, che sceglie un buonismo controproducente, che oggi arriva addirittura a imporre il programma scolastico in nome della religione. Intanto a Reggello ha vinto la rigidità di un imam, l’ottusità di un padre padrone che fa predica agli altri musulmani, che non nasconde il suo disprezzo per le donne. Dall’altra parte – sconfitti – restano la scuola e lo Stato, l’Occidente. Lui, il padre padrone, aveva stabilito la sua regola, la scuola ha obbedito.

«Ma poi – continua Ciari – cosa succederà quando la ragazzina nell’ora di italiano dovrà leggere la Divina Commedia e troverà che Dante ha infilato Maometto all’inferno?». «Come è difficile essere la figlia dell’imam» avrà pensato la bambina di Reggello. Guardare gli altri da un banco, guardarli senza poterli sentire.

Due culture incompatibili. E la nostra si umilia

di Ida Magli

Per quanto possa sembrare paradossale, grottesco, al li­mite dell’inverosimile, l’episodio verificatosi a Reggello racchiude in sé, come in una sintesi essenziale, tutti gli elementi della incompatibilità della cultura occidentale, la nostra, con quella mu­sulmana. Perché cito prima la nostra e non, come si è soliti fare, quella musulma­na? Perché sono i nostri politici che, nella loro ottusa ignoranza e superbia, si sono ostinati ad affermare che gli immigrati si «integrano»; che basta essere nati sul terri­torio italiano per essere «cittadini italiani»; soprattutto hanno imposto una classifica­zione delle religioni totalmente errata, os­sia quella delle religioni come «religioni», mettendole tutte alla pari, incuranti di ciò che storici, etnologi, antropologi, hanno sempre affermato, ossia che ogni religione è una «cultura» e che la distinzione fra reli­gione e cultura è un’acquisizione che ri­guarda soltanto noi. Questo significa ovvia­mente che essere musulmani è vivere una cultura in ogni aspetto della vita e non sol­tanto nel momento della preghiera e che, di conseguenza, la nostra scuola è quasi del tutto in contrasto con i significati, i co­stumi, le regole, i precetti musulmani. Se analizziamo i particolari della vicenda di Reggello, ce ne accorgiamo subito. Figlia di un imam, ossia di un uomo particolar­mente attento ai precetti, l’alunna cui è sta­to deciso di «tappare le orecchie» è prima di tutto di sesso femminile. È al sesso fem­minile che è vietato l’ascolto della musica, aggravato poi dal tipo di musica, quella de­gli infedeli. Se fosse stato un «maschio», molto probabilmente tutto questo non sa­rebbe avvenuto, e in ogni caso è certo che nessuno avrebbe proposto di «tappargli le orecchie», idea di tabuizzazione fisica «adatta» a una donna. Ci rendiamo conto di quello che stiamo dicendo? A quale stato di regressione ci siamo ridotti? Un giudice di pace italiano che non ragiona più, che perde la testa di fronte a comportamenti che non è in grado di valutare e che abdica alla civiltà giuridica cui è chiamato per an­nullarsi di fronte a ciò che non è in grado di capire. Non facciamo orrore a noi stessi? Guardiamoci bene in faccia: non sono in gioco i musulmani, siamo in gioco noi. Se poi passiamo all’oggetto della dispu­ta, dobbiamo sentirci davvero ridotti al nul­la. Non abbiamo sempre affermato che la musica è un linguaggio universale? L’uni­co linguaggio che elimina le differenze, che può garantire la comprensione e la pa­ce in tutto il mondo? Certo, l’abbiamo gri­dato con gioia, mandando ovunque le no­stre orchestre, convinti che nessuno quan­to Claudio Abbado, quanto Riccardo Muti possano testimoniare l’unione fra i popoli. Ma questo è vero per noi, ossia per una civil­tà che ha camminato in continuazione ver­so la libertà, mettendo all’angolo con asso­luta sicurezza qualsiasi cosa fosse d’intral­cio a questa libertà, dalle remore di S. Ago­stino che non voleva l’esecuzione della mu­sica nelle chiese al trionfale superamento del canto gregoriano con lo splendore di Pergolesi, di Bach. È in base a questo conti­nuo cammino verso la libertà che fra il no­stro mondo e quello musulmano c’è un abisso incolmabile. Il Corano è fondato sul­le credenze di un popolo di pastori nomadi di circa ottomila anni a. C., quello mosaico (i primi cinque libri dell’Antico Testamen­to); ha mantenuto sempre le stesse norme, gli stessi precetti, gli stessi tabù, da quelli fra i sessi, a quelli del cibo, dello spazio, del tempo, del vestiario e ha mantenuto sem­pre anche le stesse norme etiche, la stessa legge penale, quella che punisce il corpo, che si serve del corpo. È questo insieme che forma una cultura. Togliamoci dalla mente – ma soprattutto se lo tolgano dalla mente i politici – che i musulmani si possano o si debbano «integrare». Per farlo dovrebbero abbandonare la loro cultura-religione, co­sa che non vogliono e non possono fare. La coesistenza porterà, come sta già avvenen­do, a tribunali separati, scuole separate, quartieri separati e, per noi, alla peggiore vita possibile.