di Giorgio Israel
Tratto da Tempi del 23 marzo 2011
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È molto astratto, e quindi poco utile, sviluppare una contrapposizione tra scuola “pubblica” e scuola “privata” senza guardare alla sostanza degli oggetti di cui si parla.

Da questo punto di vista ha ragione il ministro Gelmini a ricordare che esiste oggi un unico sistema dell’istruzione “pubblica” ripartito in un settore privato e in un settore “statale”che – non va mai dimenticato – rappresenta circa il 95% della totalità. È vano negare che, un tempo, le scuole private “parificate” erano spesso una via per cavarsela a buon mercato quando non si riusciva a superare la rigorosa selezione della scuola statale: era una via per lo più riservata ai ricchi, anche se ricordo casi di famiglie povere finite a indebitarsi con lo strozzino per far andare avanti il figlio in qualche istituto compiacente. Oggi le cose sono profondamente cambiate: l’espansione (sia pur modesta) del settore privato, con una articolazione e diversificazione della sua offerta, e i profondi cambiamenti – diciamo pure il degrado – intervenuti nella scuola statale, fanno sì che buona e cattiva qualità si trovino ovunque ed esistano scuole private eccellenti e migliori di certi cattivi istituti statali accanto ad altre che, utilizzando docenti precari e malpagati, offrono promozioni in cambio di rette salate.

Proprio per questo si pone il problema di una valutazione delle scuole e degli insegnanti, della quale in questi tempi tanto si parla e per la quale si fanno progetti mal confezionati. Tutto nasce dalla profonda mutazione intervenuta nella scuola da trent’anni a questa parte e di cui tanti di noi non si rendono conto, forse perché quando si hanno figli grandi si resta ancorati alle immagini dei tempi lontani in cui si andava a scuola. C’è chi ancora parla della scuola elementare italiana come della “migliore del mondo”, pensando alla scuola che frequentò lui o i suoi figli ormai trentenni, senza rendersi conto che la scuola “primaria” di oggi non ha più assolutamente nulla in comune con quella “mitica” anteriore alla fatidica data del 1985, in cui iniziò la metodica trasformazione – per parte mia direi, la metodica distruzione – della scuola italiana sulla base di ideologie che avevano coniugato pulsioni “progressiste” e rivoluzionarie, ormai prive di riferimenti teorici, con un costruttivismo pedagogico di derivazione anglosassone.

Basta rileggere le teorizzazioni di quei pedagogisti – consulenti influenti di ministri di sinistra e di destra, da Berlinguer a De Mauro a Moratti a Fioroni – che predicavano (e predicano!) il “relativismo postmoderno” come principio orientativo di una nuova visione della scuola capace di «scardinare la didattica e i saperi formativi tradizionali» e di produrre conseguenze «velenose» per l’«assetto istituzionale, culturale e didattico del nostro sistema di istruzione». Ci vorrebbe molto spazio per analizzare le caratteristiche di questa ideologia, e in altra sede è stato fatto. Ma basti dire che non si vede perché il relativismo nichilista che si esplica con tanta forza nell’ambito della manipolazione della vita e delle tecnoscienze biologiche, il costruttivismo che vuol prescrivere il modo ottimale di nascere, di vivere e di morire, che arriva a consigliare l’aborto come pratica meno dannosa della gravidanza, che impone la “dittatura degli esperti”, non si sia sviluppato anche su un terreno strategico come quello dell’istruzione. Come, nel primo contesto, una sinistra in crisi di orientamento si è aggrappata al costruttivismo sociale, così nel contesto dell’istruzione essa ha gettato a mare la zavorra della visione gramsciana per eleggere a nuove icone don Milani, Dewey, Piaget, Edgar Morin e tanti altri, fino alle dottrine neuroscientifiche dell’educazione. Sarebbe ingenuo credere che la diffusione di una simile ideologia non abbia pervaso ogni settore dell’istruzione, statale o privato che sia. Non vi sono stati argini teorici e neppure politici, com’è provato dal fatto che uno dei prodotti più apertamente costruttivisti è dato dalla riforma Moratti, che si è spinta fino a proporre un’educazione di stato etica e persino relazionale ed emotiva in perfetto stile zapaterista. Anche qui sarebbe lungo analizzare le ragioni dell’assenza di anticorpi culturali: a mo’ di attenuante, diciamo che non è facile rendersi conto di come anche nella cultura anglosassone si sia fatto largo un costruttivismo sociale in rotta di collisione con il liberalismo classico, di cui è espressione emblematica l’affermazione di Stuart Mill, secondo cui ciascuno è l’autentico guardiano della propria salute, sia fisica, sia mentale, sia spirituale. Oggi le società che hanno prodotto quella visione sono orientate a governare dirigisticamente ogni atto del vivere, imponendo di essere “sani”, prescrivendo cosa voglia dire “salute”, medicalizzando l’intera società. Quale abisso tra la società americana immersa in nuvole di fumo, che ci mostrano i film degli anni sessanta, e quella in cui oggi è quasi vietato fumare in casa propria…

Dicevamo che questa ideologia è spalmata ovunque e la cattiva o buona qualità della scuola si misura dall’estensione e dalla profondità della sua influenza. Perché a essa – come ha ben mostrato il recente libro di Paola Mastrocola – va imputato lo sfacelo scolastico. È uno sfacelo che va imputato al buonismo don milanista, al “rodarismo” snobistico (alle ortiche grammatica e sintassi, diceva l’aristocratico che le dominava a menadito), all’ideologia del successo formativo garantito, dello studio che non deve mai essere fatica, dell’insegnante che non deve più essere maestro ma un facilitatore “alla pari”, della scuola come “open space” in cui le attività si programmano in modo autogestito, del più ignorante aziendalismo, del metodo che strangola i contenuti in nome del dilagare di insulsi adempimenti amministrativi e burocratici. Tutto ciò può trovare sponda in una scuola statale come in una scuola privata e sarebbe sommamente ingenuo credere in un’ingenua dicotomia: la scuola statale è quella del laicismo, dell’ateismo, del relativismo etico, del darwinismo eretto a fede, della mitologia tecnoscientifica per cui l’etica e la morale sono fatti meramente neuronali, e così via; mentre la scuola privata proporrebbe valori opposti. È possibile trovare scuole cattoliche influenzate dal più spinto costruttivismo “progressista”, che si bevono come acqua fresca le teorie pedagogiche più scientiste, come quelle vecchie di Piaget o quelle recenti di Morin, o anche ispirate alle neuroscienze (e persino alla neuroteologia), e che concepiscono l’insegnante come “facilitatore”. Viceversa, sarà difficile che una scuola autenticamente ispirata alle visioni di don Giussani s’ispiri al costruttivismo, solo se si pensa alla sua radicalità nel concepire l’insegnante come “maestro” e nel proporre una visione decisamente “trasmissiva” dell’istruzione. Nel libro recentemente pubblicato “Il senso religioso”, Don Giussani citava Sant’Agostino: «Io cerco per sapere qualcosa, non per pensarla». Ma oggi c’è chi sostiene che la scuola del futuro deve basarsi sul precetto secondo cui non conta quel che si sa, ma soltanto “come” si pensa. Come se si potesse pensare senza oggetto del pensiero… qualcosa che avrebbe fatto inorridire non soltanto Sant’Agostino e don Giussani, ma anche il filosofo del metodo, Cartesio.

In conclusione, il vero problema non è la contrapposizione tra scuola statale e scuola privata. Bensì l’ideologia costruttivista che si ripropone ostinatamente come un’idra dalle mille teste e che è la vera origine della catastrofe del sistema dell’istruzione.