Il Santo Padre Benedetto XVI in viaggio verso il santuario della madonna di Fatima, intervistato dai giornalisti a proposito dei casi di pedofilia all’interno della Chiesa, ha detto che gli attacchi al Papa e alla Chiesa non avvengono da fuori della Chiesa ma anche dall’interno“ la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia.

Infatti un reato si può perdonare ma poi necessità che la Giustizia faccia il suo corso.

A questo punto mi viene in mente un’omelia ascoltata in una serata del novenario alla Madonna del Carmelo di S. Teresa di Riva (ME). Il sacerdote parlando del perdono che deve essere il distintivo di ogni cristiano, purtroppo si è dimenticato della seconda parte della questione, che ogni perdono necessita della sua giustizia. E’ un concetto che spesso sfugge nelle varie omelie che mi è capitato di ascoltare sull’argomento.

Anche perché a me sembra che quando non si spiega bene il concetto di perdono, il cristiano fa la figura dello stupido del villaggio, il “ciulla” della situazione. Invece io credo che il Cristianesimo è anche Giustizia.

A questo proposito ho trovato un interessante riflessione di Giordano Bruno Guerri, lo storico giornalista che scrive su Il Giornale del 13 luglio scorso, già il titolo è  una provocazione: “Ma non chiedeteci di perdonare”, Guerri che non è credente non riesce a capire come un genitore perdoni l’assassino di suo figlio. Il giornalista si riferisce al delitto di Spinea(VE), dove i genitori, Danilo Vanin e Gina Casarin hanno perdonato l’assassino della figlia Roberta.

“Non voglio di certo addentrarmi in questioni teologiche, che non mi competono, – esordisce Guerri – ma mi sembra che anche il cristianesimo contempli una punizione, un’espiazione, prima del perdono del peccatore: sia pure con tutte le varianti – porgi l’altra guancia – del messaggio evangelico. Qui dunque non si tratta di entrare nella testa e nel cuore di che – nel pieno del dolore per la morte così crudele, improvvisa, feroce, inutile della figlia – invece di manifestare un umanissimo odio, decidono per un perdono angelico”.

Detto questo Giordano Bruno Guerri scrive: “I rapporti che regolano la società, e i comportamenti aberranti dei suoi membri, sono un’altra cosa. La difesa della vita umana dalla violenza di un omicida, quali che ne siano i motivi, è uno dei pilastri su cui si regge la società civile, almeno da quando è degna di questo aggettivo. Non si tratta di essere più o meno forcaioli, né tanto meno di invocare la legge del taglione: quell’essere «civili», ovvero avere raggiunto un alto livello di civiltà, comporta anche che uno Stato, e la comunità raccolta nello Stato, non possono e non devono mettersi sullo stesso piano di chi ha ucciso, uccidendo a loro volta. Ma la difesa della società, e di ogni singolo individuo che la compone, comporta che non ci possa essere clemenza – di perdono non si parla neppure – verso chi ha commesso il più grave dei reati”.

Per chi commette un reato, la giustizia prevede una pena, cioè una punizione, tanto più per l’omicidio. Certo questa pena dovrebbe  portare alla riabilitazione del condannato, della sua redenzione. Il carcere non sempre riesce a riabilitare né a redimere il colpevole. Ma quando si arriva all’ergastolo del delinquente allora si smentisce il principio stesso della prigione come modo di recuperare soggetti pericolosi.

Comunque sia, il carcere ha il pregio di allontanare dalla società – di rendere non pericoloso – chi potrebbe colpire ancora. E di punire con la perdita della libertà (non riesco a immaginare castigo più tremendo) chi ha ‘sbagliato’. Nel caso di un assassino – tanto più di un assassino come quello di cui stiamo parlando, sessanta coltellate – c’è solo da augurarsi che la pena sia lunga, lunghissima. E che il perdono dei genitori della vittima non possa costituire in alcun modo un’attenuante e portare a una condanna più mite. Con ogni possibile rispetto per il dolore – e la generosità – di quel padre e di quella madre, tutti noi siamo stati offesi e feriti da un delitto simile; e la società – noi – non può permettersi di porgere l’altra guancia.

DOMENICO BONVEGNA

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