E’ un giorno importante per la Chiesa: ventinove anni fa a San Salvador il vescovo Oscar Romero veniva ucciso da due sicari mentre stava celebrando la messa. Due pallottole lo raggiunsero in pieno petto. E’ diventato un simbolo, per la Chiesa, di tutti i cristiani ancora  oggi perseguitati nel mondo

Milano – In molte parti del mondo non c’è pace per i cristiani: perseguitati, massacrati e, nella peggiore delle ipotesi, uccisi per la fede che professano. I mass media non sempre informano a dovere. E l’opinione pubblica resta indifferente. Alcuni sentendo parlare dei “cristiani oppressi” pensano a quelli delle catacombe, ai tempi dell’antica Roma. Ma la persecuzione anticristiana è una pratica tuttora diffusa in varie parti del mondo. Sono oltre sessanta i Paesi nei quali si contano attacchi alla libertà religiosa. Dal divieto di culto alle leggi antiproselitismo: proibizioni, vincoli e violenze contro i cristiani si segnalano in molti paesi islamici. Oggi la chiesa ricorda tutti i cristiani oppressi. Lo fa nel giorno in cui si commemora il martirio di Oscar Romero, vescovo dell’arcidiocesi di San Salvador.

Le situazioni più difficili Si segnalano in Nigeria – con eccidi di fedeli, distruzione di chiese e istituti religiosi – Sudan, Egitto, Birmania e altri paesi asiatici. Un prete vietnamita, François Xavier Nguyên Van Thuân, scontò tredici anni di prigionia dopo l’occupazione dei comunisti del Vietnam del Nord. Celebrava la messa di nascosto, la sera, quando venivano spente le luci e i prigionieri si sdraiavano sulle loro brandine. Consacrava un po’ di briciole di pane e le passava ai propri compagni di sventura aiutandoli a coltivare la fede e la speranza: una chiesa clandestina ma ugualmente forte e mai rassegnata.

Il martirio di Romero Oggi la Chiesa cattolica ricorda il sacrificio di monsignor Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador ucciso il 24 marzo 1980. Fu freddato ai piedi dell’altare mentre stava celebrando la messa in una cappella d’ospedale. Due colpi di pistola in pieno petto, esplosi da due sicari, posero fine alla sua esistenza.

Dalla parte dei poveri e degli oppressi Quando fu nominato vescovo di San Salvador, nel 1977, era visto come un “conservatore”, un uomo di studi dedito alla fede e alla spiritualità. Da lui ci si sarebbe aspettati tutto meno che si mettesse dalla parte degli ultimi. Monsignor Romero, però, iniziò fin da subito a vivere la propria missione evangelica a fianco dei diseredati. Si battè per la giustizia sociale e la difesa dei diritti umani. E subito finì in contrasto con le famiglie ricche che all’inizio lo avevano sostenuto e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico.

La svolta Il vescovo di San Salvador rese ancor più forte la propria battaglia a seguito di un tragico evento. Padre Rutilio Grande, un gesuita, venne assassinato da alcuni sicari (forse su mandato dal regime). Romero colse l’occasione per dichiarare guerra all’impunità. Una guerra senza quartiere. Per tre giorni chiuse scuole e collegi. Poi aprì un’inchiesta per tentare di fare luce su ciò che era accaduto. Cominciò a fare rumore, tanto rumore, trasmettendo i suoi discorsi di protesta anche alla radio, in modo tale che tutti potessero sentirlo. Per questa “sfida” la chiesa salvadoregna pagò un pesante tributo di sangue. L’esercito profanò ed occupò le chiese. Ad Aguilares vennero sterminati più di 200 fedeli.

Bollato come prete comunista La popolarità di Romero crebbe mese dopo mese. Eppure una parte della Chiesa iniziò a diffidare di lui: fu bollato come “prete comunista”, istigatore alla lotta di classe. Lui, imperterrito, continuò a professare la propria fede cristiana e a stare accanto agli ultimi. Nell’esempio indicato dal Vangelo. Spesso amava ripetere: “Se mi uccideranno risorgerò nel popolo salvadoregno”. Sentiva che sarebbe andata a finire in quel modo. Che la sua battaglia sarebbe stata bloccata con la violenza, con le armi.

Giovanni Paolo II Papa Wojtyla in occasione del Giubileo del 2000 aggiunse il nome di Romero nel testo della “celebrazione dei nuovi martiri”. Il pontefice riprese così quanto aveva scritto il giorno della sua morte alla Conferenza episcopale salvadoregna: “Il servizio sacerdotale della Chiesa di Oscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita mentre offriva la vittima eucaristica”. Era il segno che la chiesa aveva messo da parte, una volta per tutte, le diffidenze su Romero, quelle che avevano frenato la causa di beatificazione avviata nel 1997.

di Orlando Sacchelli da il Giornale