I malati, i no di Fazio e Saviano, e altri sì
di Marco Tarquinio
Tratto da Avvenire del 30 novembre 2010

Il ‘no’ ormai era chiaro. Già televisivamente con­sumato sin da lunedì 22 novembre, quando Fabio Fazio e Roberto Saviano avrebbero potuto ascoltare, semplicemente, le tante voci inascoltate e ferite dei malati e delle loro famiglie che si erano alzate dopo la seconda puntata di ‘Vieni via con me’.

Si erano alza­te in modo appassionato e persino irato, ma civile e ben comprensibile a tutti, e si erano rivolte per prima cosa all’unico giornale, questo, che da anni – senza chiedere ad alcuno certificati di battesimo e profes­sioni di cattolicità – garantisce loro rispetto, conside­razione e sostegno, e dà loro spazio e risalto ogni vol­ta che ce n’è motivo (e ce n’è sempre). Allora, otto gior­ni fa, il Cda Rai non aveva ancora deciso di premere su Fazio e Saviano, e loro avrebbero potuto accoglie­re appelli ‘dal basso’ e culturalmente e politicamen­te multicolori e non ancora richieste aziendali ‘dal­l’alto’. Avrebbero potuto, e non hanno voluto.

Avrebbero potuto, e non hanno voluto, liberamente riconoscere e liberamente far parlare le storie che nel­la loro ‘narrazione’ italiana di successo avevano do­lorosamente ignorato (e il dolore è dei malati e dei lo­ro cari, non nostro; nostro è stato – da subito e, via via, di più – lo sconcerto…). Avrebbero potuto, e non han­no voluto, Fazio e Saviano, far dire queste storie di lot­ta e di speranza dopo aver raccontato e fatto raccon­tare solo e soltanto storie di infermità e di disabilità vissute e viste con disperazione, dopo aver fatto un e­lenco di vite sofferenti e inabili e concluse da una mor­te invocata e ottenuta (Piergiorgio Welby) e da una morte procurata (Eluana Englaro).

A loro, a Fazio e Saviano, abbiamo girato, giorno do­po giorno, per quasi due settimane, l’invito vero di tanta gente vera. Lo stesso rivolto a tutti i colleghi di giornali, radio e tv, soprattutto (ma non solo) del ser­vizio pubblico radiotelevisivo. «Fateli parlare». E non pochi colleghi – in Rai, a Mediaset e altrove, – han da­to e stanno lavorando per dare loro la voce che chie­devano. Nulla di più di questo, senza invasioni im­proprie né improprie spettacolarizzazioni. Perché noi tutti abbiamo bisogno di sapere che c’è chi si batte col male e con le disabilità, non dice basta e riesce persi­no a vincere (almeno un po’), ma – a ragione – chie­de di più alla nostra civile società e alla nostra civile amministrazione, a volte ai mass media e sempre a se stesso. Perché quelle sono storie di vita, di fatica e di tenacia, non affermazioni di principio. Sono vicende di persone, di famiglie e di comunità, non program­mi di partito e di movimento. Sono fatti, non mere o­pinioni.

Ma ieri mattina è arrivata, ben prima dell’ultima an­data in onda tv (e riecheggiando, a sera, al principio di essa), la più sfottente e insistita alzata di spalle. L’in­sulto che non ti aspetti: il più radicale non-riconosci­mento. In forma d’intervista, sulle pagine di ‘Repub­blica’ (e io mi ostino a considerarlo sorprendente an­che se non pochi lettori o frequentatori del nostro si­to internet continuano a rimproverarmi perché attri­buisco, e non da oggi, a quel giornale dalle opinioni nette e dalle battaglie decise, anche «una seria tradi­zione di oggettività»…). Ecco la domanda, di Curzio Maltese: «Come si spiega che il Cda Rai abbia chiesto di far replicare a un’esperienza di vita con un comi­zio ideologico di un movimento integralista cattoli­co?». Ed ecco la risposta di Fabio Fazio: «Accettare quella replica dei Pro Vita avrebbe significato am­mettere che Mina Welby e Beppe Englaro avevano parlato in favore della morte. Non esiste direttiva Rai che possa impormi un’assurdità del genere». In un’in­tervista, le domande contano tanto quanto le rispo­ste e, a volte, persino di più. Qui ce n’è una prova ful­minante: «Comizio ideologico di un movimento in­tegralista cattolico», si sentenzia. E  l’intervistato replica con sdegno.

Ma dove sarebbe il movimento puramente confes­sionale in questione? Dove l’integralismo? E in che senso, di grazia? Ma soprattutto: perché ridurre tutto a una massa indistinta e vagamente, anzi integral­mente, minacciosa? Mi verrebbe da dire: perché, quando disprezzi qualcuno, per prima cosa non lo ri­conosci, ne cancelli il nome e gli neghi l’identità, gli cali addosso la categoria che ti fa comodo: rom, pro­vita, crumiro, ebreo, fascista, musulmano, comuni­sta, prete, clandestino, cattolico…

Mario Melazzini, medico, malato di Sla e presiden­te dell’associazione che riunisce questi malati non è un nome da pronunciare. Fulvio De Nigris e la sua ‘Casa dei risvegli’ nemmeno. Max Tresoldi neppu­re. E non sono nomi neanche quelli dei portavoce delle 34 associazioni di malati e familiari che si so­no rivolti anche a Fazio e a Saviano, oltre che a noi e a tutta la libera stampa e alla libera televisione ita­liane. Non è un nome, stavolta, neanche Avvenire. E invece noi – come i malati, come le loro famiglie – gli interlocutori li abbiamo chiamati per nome, li ab­biamo interpellati e rispettati. E con rispetto e chia­rezza anche oggi, ancora una volta, diciamo loro che il loro «no» è sbagliato. Che non ammettere e non ri­conoscere, proprio mentre si fa «tv nuova», è sba­gliato. È essere faziosi. Peccato. Altri per fortuna, an­che in questa complicata e spesso cinica tv, hanno avuto – e avranno – coraggio. Più coraggio di loro.