L’introduzione dell’etilometro nei locali notturni

di Ferdinando Camon
Tratto da Avvenire del 14 novembre 2010

Ci siamo. Non è l’arrivo, è soltanto un primo passo, ma nella direzione giusta. Da ieri notte è scattato l’obbligo, per tutti gli esercizi pubblici e locali d’intrattenimento che hanno il permesso di chiudere dopo le ore 24, di munirsi di un etilometro, col quale i clienti possano controllare se sono o non sono in condizioni di guidare. Se il tasso di alcol oltrepassa un certo limite, guidare è un pericolo mortale.

Questo limite è più basso di quanto si creda. Bastano 2 bicchieri di vino. Ora come ora, dopo la mezzanotte, specialmente di sabato, i clienti delle discoteche che guidano con rischio proprio e altrui sono troppi. Troppe morti assurde, auto che sbandano da sole, escono di strada, si rovesciano o si scontrano in curva: sono ragazzi giovani e sani, non muoiono per malattia, ma per eccesso di vitalità.

Non sono suicidi, non vogliono morire: vogliono vivere una vita super. Questo controllo, all’uscita dai locali, li avverte se quel ‘super’ scavalca il confine tra la vita e la morte. È un controllo parziale e insufficiente, perché comincia dopo le ore 24, e pone la domanda: e prima? Se uno lascia il locale cinque minuti prima, lo si ritiene in grado di guidare, su che base? E inoltre: corre alcol, nei locali del divertimento, o corre anche droga? Ho sempre nella memoria la sera in cui, in una mega-discoteca di Verona, decine di poliziotti con cani anti­droga irruppero di sorpresa, e trovarono droga in polvere e in pasticche dappertutto, sui tavoli, sui divani, e specialmente nelle toilettes.

Anche uno che non ci va per drogarsi, poi si droga perché così fan tutti. Cosa vogliono ottenere, nei locali del divertimento, i nostri ragazzi?

Vogliono uscire dal loro corpo normale, il corpo da lavoro o da studio, quello in cui hanno passato i giorni dal lunedì al venerdì, ed entrare in un nuovo corpo, il corpo da godimento, nel quale passare la notte tra il sabato e la domenica. Ho descritto questo passaggio in un libro, e ne ho parlato nelle scuole per anni. È un passaggio rischioso. È un salto. Tu lasci un corpo, che ha una mente, dei nervi, delle reazioni, e ti permette delle sensazioni, ed entri in un altro corpo, che ha un’altra mente, altri nervi e ti dà altre sensazioni.

Quest’altro corpo raddoppia il godimento dei suoni, delle luci, del contatto, del ballo. Il salto da un corpo all’altro avviene rapidamente, ci sono sostanze che lo accelerano. L’alcol è una spinta, la droga è un urto. Il salto dal corpo da lavoro al corpo da godimento è un pericolo, ma il vero pericolo è il ritorno nel corpo da lavoro, quello che sei abituato a padroneggiare, e che ti permette di guidare. Troppi pericoli e troppi incidenti avvengono perché chi guida è ancora nel corpo da discoteca, stordito o accecato o esaltato. Non è necessario che si sia fatto uso di droghe pesanti: i lampi allucinanti e i tuoni dirompenti, che scuotono cuori e toraci, sono di per sé uno stordimento. Io parlo di corpo da lavoro, i ragazzi parlano di corpo da fatica, e rivendicano la necessità di uscirne fuori, una volta alla settimana. È esattamente quel che faceva il dottor Jekyll: anche per lui il problema non era uscire dal proprio corpo, ma rientrare. E infatti a un certo punto non è più rientrato. Che straordinario libro! Tutti lo prendono per un’anticipazione dello scontro Io-Es, che Freud stava scoprendo. Osservo, timidamente, che si potrebbe anche intenderlo come un’anticipazione dell’età delle droghe: Jekyll, in fondo, non maneggia sogni, ma sostanze chimiche. E il suo non è uno scontro tra una parte e l’altra dell’Io, ma tra l’Io e sostanze esterne. Se ci fosse stato un misuratore del sangue anche per lui, sulla porta del suo studio…