di Marco Invernizzi
Tratto da La Bussola Quotidiana il 30 marzo 2011

Il male, la sofferenza, il dolore che sembrano accanirsi in modo speciale verso alcuni popoli e che con frequenza colpiscono gli innocenti, tutto ciò costituisce uno scandalo che turba ogni essere umano e a volte ne ostacola l’adesione alla fede.

E’ un tema che ritorna ogni volta che si registra una catastrofe naturale, come è stato il recente terremoto in Giappone. E puntualmente, all’indomani di questi disastri, si alzano le voci di chi interpreta questi fatti come punizione di Dio.

“Perché il male? Perché il male nel mondo?” si chiedeva Giovanni Paolo II all’inizio della sua esortazione apostolica Salvifici doloris (1984), dedicata al senso cristiano della sofferenza umana.

Sarebbe cosa buona andare a riprendere questo documento prima di affrontare un tema così difficile e delicato. Si eviterebbero due rischi opposti e speculari: da una parte quello di dimenticare il peccato originale e quindi i peccati personali degli uomini e il male che fa soffrire la creazione e, d’altra parte, di dimenticare che chi viene colpito dal dolore non è necessariamente più colpevole degli altri. Cristo, l’agnello innocente e senza peccato, che si è caricato dei peccati di tutti gli uomini, è il “servo sofferente” che rende comprensibile questa drammatica spiegazione della condizione umana.

In pratica, e per venire all’attualità, il popolo giapponese non è più colpevole di altri per aver subito il catastrofico terremoto con successivo tsunami, il peggiore della storia ci dicono gli esperti. Né che popoli come quello cinese, o i coreani del Nord, da decenni ormai sottoposti a spietate dittature, abbiano più peccati da scontare di noi europei occidentali.

Giovanni Paolo II ci aiuta ad accostare problemi difficili, che non si devono affrontare con superficialità. L’uomo può porre direttamente a Dio la domanda sul senso della sofferenza, “e Dio aspetta la domanda e l’ascolta, come vediamo nella Rivelazione dell’Antico Testamento”, in particolare nel libro di Giobbe.

E’ nota la storia di quest’uomo giusto, ma anche il Papa la riassume nelle sue grandi linee. Colpito da una serie impressionante di sventure, che gli portano via beni e affetti, gravemente colpito dalla malattia, Giobbe non cede alla ferita più grave che gli proviene da tre vecchi conoscenti quando gli chiedono quale peccato avrebbe commesso per meritare un simile trattamento. “Giobbe … contesta la verità del principio, che identifica la sofferenza con la punizione del peccato” e Dio gli conferma che la sua è la sofferenza di un innocente, che “deve essere accettata come un mistero, che l’uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza”.

Soprattutto l’uomo moderno non accetta facilmente questa condizione. Egli vuole e pretende di controllare ogni cosa, e quando non riesce cerca subito un colpevole cui imputare il fallimento. Non accetta che vi sia qualcosa che lo superi. Non riesce a concepire il mistero.

Il mistero non è qualcosa di contrario alla ragione dell’uomo, ma la supera e la costringe ad abbandonarsi a qualcosa di più grande. Qui entra in gioco la Rivelazione, che ci aiuta a comprendere che non ogni sofferenza è una conseguenza della colpa e ha le caratteristiche della punizione (cfr. Salvifici doloris, n. 11). Infatti, il libro di Giobbe annuncia la Passione di Cristo e quest’ultimo, scrive Giovanni Paolo II, “ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il ‘perché’ della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell’amore divino”.

L’Amore infatti è la misura che ci accosta al mistero della sofferenza senza esserne sopraffatti. Nell’Amore che Cristo porta alla sua massima espressione sulla Croce, noi esseri umani comprendiamo qualcosa della sofferenza, della sua dimensione temporale e storica, del suo legame con il peccato. Comprendiamo anche che “l’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo”, legandosi così all’amore “che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza”.

La Croce di Cristo diventa così una sorgente e c’è una sola sofferenza che non possiamo accettare, come scrive papa Giovanni Paolo, ed è “la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, l’essere respinti da Dio, la dannazione”.