di Valentina Fizzotti
Tratto da Il Foglio del 2 marzo 2011

I signori Johns, coppia di sessantenni cristiani della città inglese di  Derby, hanno avuto quattro figli, sei nipoti e quindici bambini in affido.

Il loro fascicolo di affidatari li definisce “persone gentili e ospitali” che “interagiscono con sensibilità” con i giovani. Lunedì l’Alta corte di Londra ha deciso invece che sono inadatti ad accogliere altri bambini perché le loro opinioni sulle unioni omosessuali, legate alla loro fede, potrebbero essere “ostili” e “dannose”. Il diritto dei gay a non essere discriminati, hanno sancito i giudici, ha “la precedenza” su quello di un fedele a difendere i principi della propria religione. E in una nazione “laica” e multiculturale come la Gran Bretagna “le leggi non comprendono il cristianesimo”.

I Johns avevano fatto ricorso alla giustizia perché venisse riconosciuto che la fede non rappresenta un ostacolo all’affidamento. Avevano ammesso che non se la sarebbero sentita di dire a un bambino che le unioni gay erano cosa buona e i servizi sociali si erano convinti che le loro credenze fossero in contrasto con la legge sull’uguaglianza. Questo pronunciamento, considerato dagli esperti uno dei più significativi nel processo di smarcamento della Gran Bretagna dalle tradizioni cristiane (anche se la corte ha spiegato che i Johns non sono discriminati in quanto cristiani, ma per le loro opinioni), fa seguito a una serie di sentenze che hanno condannato manifestazioni pubbliche di fede (dal crocifisso al collo di un’infermiera alla preghiera detta in classe da un’insegnante). L’ordinamento giuridico inglese, come è noto, si basa sul sistema di “common law”, dove una sentenza fa legge. Da oggi, quindi, chi per motivi religiosi ha convinzioni considerate discriminanti nei confronti dei gay non sarà considerato idoneo come genitore adottivo o affidatario. Si potrebbe infatti creare un conflitto con il dovere dell’autorità locale di “salvaguardare e promuovere il benessere” dei bambini (la stessa autorità può richiedere che gli aspiranti genitori dimostrino “atteggiamenti positivi nei confronti dell’omosessualità”). Durante il dibattimento, la Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, l’ente pubblico competente, aveva suggerito che un bambino non dovrebbe essere “contagiato” dai convincimenti morali cristiani. A favore della coppia si è schierato l’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey, impegnato in una campagna di orgoglio cristiano per chiedere al governo una revisione della legge. Per l’ex arcivescovo di Rochester, Nazir-Ali, questa sentenza non lascia spazi alla coscienza dei credenti di nessuna religione, perché “la religione è subordinata al concetto laicista di uguaglianza”. “Stiamo assistendo a una nuova inquisizione secolarizzata”, ha scritto il quotidiano Daily Telegraph, che in un editoriale si è chiesto come mai siano i giudici a decidere quale diritto valga di più di un altro. I Johns assicurano di non essere affatto omofobi e sono convinti che avere valori cristiani non dovrebbe impedire loro di accogliere ragazzini in cerca di una casa. “E poi – hanno detto fuori dall’aula – ai bambini di otto anni il sesso interessa ben poco, preferiscono giocare”.