Dubbi sui dubbi de “La Civiltà Cattolica”
di Luca M. Possati
Tratto da L’Osservatore Romano del 24 marzo 2011

Lui si chiama Pearl e aiuta le persone a essere creative, a immaginare un mondo diverso, una vita giocosa fatta di idee provocanti, nuove, condivise, straordinariamente belle. Pearl è un linguaggio di programmazione inventato nel 1987 dall’hacker Tom Pittmann. Pearl, appunto, come la “perla di grande valore” per cui il mercante “va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Matteo, 13, 45). Storico fondatore dell’Homebrew Computer Club, Pittman si definisce a christian and a technologist. Cristiano, prima che informatico, perché – sostiene – l’hacker non è soltanto un programmatore, ma un esteta, un contemplatore della creazione che interpreta la sua missione come una forma di partecipazione al “lavoro di Dio”.

Sono in molti a chiedersi, oggi, quali possano essere i rapporti tra la mens catholica e la cultura hacker. E naturalmente, non mancano gli esperti che, attraverso dotte e raffinate analisi, lanciano l’allarme sui limiti e sui possibili rischi della seconda. In questa direzione si muove anche il saggio di Antonio Spadaro, Etica hacker e visione cristiana, pubblicato sull’ultimo numero di “La Civiltà cattolica”. L’autore mette in rilievo la necessità di una “nuova forma di apologetica” in grado di rispondere alle sfide del web 2.0 e “che non potrà non partire dalle mutate categorie di comprensione del mondo e di accesso alla conoscenza”.

Di per sé irriverente e provocatoria, la forma mentis dell’hacker – sostiene Spadaro – è incompatibile con i principi cattolici di autorità e di tradizione. Il rischio è quello “d’indurre a intendere la comunione come connessione e il dono come gratuità”.

Ma la cultura cattolica e lo stile hacker sono davvero così lontani? Non c’è, forse, nella cosiddetta “tensione domenicale” dell’hacker un’intuizione non solo cristiana, ma anche profondamente cattolica? Nella cultura dell’open source – modello di un lavoro libero, aperto alla collaborazione, non ristretto alla proprietà privata – non c’è proprio una manifestazione estrema dei principi cattolici di autorità e di tradizione?

È venuto il momento di riconoscere che i media hanno imposto un’immagine degli hacker totalmente falsa: quella di spregiudicati “pirati informatici” che rubano i documenti, minacciano i Governi o truffano i privati cittadini. La realtà è ben più complessa: to hack significa non solo “fare a pezzi”, “colpire violentemente”, ma anche “riuscire a fare”, “cavarsela” o “resistere”. È una filosofia di vita, un atteggiamento esistenziale giocoso e impegnato, che spinge al culto della sperimentazione alla creatività applicata e alla condivisione, opponendosi ai modelli di controllo.

Un’etica? Sì, anche, se con “etica” s’intende una prospettiva verso il bene, una visione del mondo riassunta in alcuni principi e non una morale votata all’ortodossia del dovere. Principi come quelli tracciati da Stephen Ley nel suo Hackers (1984) e da lui definiti “i sette comandamenti”: 1) l’accesso ai computer dev’essere illimitato e totale; 2) dare sempre priorità all’hanson (“verificare di persona”); 3) tutte le informazioni devono essere libere; 4) sfiduciare le autorità, promuovere il decentramento; 5) gli hacker devono essere giudicati dal loro hacking; 6) è possibile creare arte e bellezza su un computer; 7) le macchine possono cambiare la vita in meglio.

Il manifesto di Levy è il simbolo di una stagione che molto ha dato e molto ha distrutto, quella degli anni Settanta negli Stati Uniti, segnati dalla contestazione alla guerra nel Vietnam, dal Watergate, dall’anarchia del movimento hippy, dalla messa in discussione di qualsiasi sistema di valori. Certo, gli hacker sono figli del loro tempo, ma anche molto di più. C’è una dimensione teologica nel loro agire: come ha sottolineato anche Pekka Himanen, nel suo L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione (2001), l’hacker promuove un’idea di lavoro flessibile, caratterizzata dalla passione e dalla creatività, lontana dunque dalla performance finalizzata all’efficienza e al profitto.

In questo Himanen vede una “tensione domenicale” – per lo scopo della vita è la domenica, ossia un’altra vita di passioni e desideri creativi, piena realizzazione della propria umanità – molto lontana dalla cultura protestante che invece ha spostato il centro al venerdì, cioè all’occupazione rigidamente organizzata e alla “catena di montaggio”. L’esempio perfetto è Wikipedia, che, nonostante tutti i suoi limiti “ha segnato un cambiamento netto” scrive Spadaro poiché “mentre i media tradizionali permettevano sostanzialmente il consumo di ciò che veniva prodotto, il cablaggio delle reti ci consente di poter immaginare, a esempio, il tempo libero come una risorsa globale condivisa, e di immaginarci nuovi tipi di partecipazione”.

Ma è proprio questo l’aspetto più delicato: il dono. Basta la condivisione? È vero, come scrive Spadaro, che la gift culture dell’hacker “non spinge a dare e ricevere, ma a prendere e lasciare che gli altri prendano”? Non c’è, al contrario, una prefigurazione della gratuità della grazia che va seguita e implementata? E perché il modello della connessione orizzontale non può essere orientato alla trascendenza? Si aprono sfide immense. Torniamo così al racconto evangelico. Il mercante è attratto dalla perla preziosa. La cerca, vende tutti i suoi averi e infine la compra. Sulla superficie di questa perla si riflettono le vite di milioni di uomini e di donne. Una realtà infinita, multiforme, che si riproduce su se stessa. Un bazar brulicante, da cui però emerge una forma unitaria, un disegno speciale. Sta al mercante coglierla.