C’è un’ideologia mostruosa dietro la strage di cristiani in Pakistan • La combattiamo in Afghanistan
di Carlo Panella
Tratto da Il Foglio del 21 luglio 2010

Un legame chiaro, diretto, unisce le ragioni  profonde delle difficoltà della coalizione occidentale in Afghanistan con la persecuzione dei cristiani in Pakistan, ma questo rapporto biunivoco è assolutamente ignorato e negletto in occidente, con conseguenze nefaste. Il nodo irrisolto delle operazioni Nato e Usa in Afghanistan è infatti il rapporto di sintonia e complicità che il nucleo centrale delle Forze armate pachistane continua a mantenere non solo con i talebani, ma anche con al Qaida. Un rapporto che non è solo strumentale, ma di identità, o quantomeno di contiguità ideologica.

Buona parte dei generali pachistani, infatti, non solo ritiene che sul piano militare l’Afghanistan sia il “retroterra strategico” della loro vera mission, che è una nuova guerra con l’India per liberare il Kashmir, per cui è indispensabile avere buoni rapporti con i talebani, ma condivide la stessa ideologia dei talebani (che si formarono a metà degli anni Novanta sotto la regia – gestita da Parwez Musharraf – in joint venture col Mukhabarat dell’Arabia Saudita). Ideologia fondamentalista che trova le sue profonde radici non solo nella predicazione di Abul Ala al Mawdudi, il “Khomeini sunnita” che attirò nel suo partito – il Jamaat e Islami – buona parte della élite militare pachistana, ma nelle stesse linee di governo di alcuni re Moghul. In particolare la pratica di regno di Aurangzeb, morto all’inizio del ’700, i cui principi assomigliano incredibilmente a quelli dei talebani (proibizione della musica, jiiza, tassa sui cristiani ed ebrei, distruzione dei templi indù e buddisti, rigidissima applicazione della sharia). Essenza di questa ideologia fondamentalista di spessore plurisecolare, predicata dal ’600 dalla confraternita integralista Mujaddidi, basata sugli insegnamenti di Ahmad Shirindi, è il settarismo nei confronti delle altre religioni, innanzitutto dell’induismo (non si comprende l’azione terroristica di Mumbai del 27 novembre 2008, se non in questa ottica) e poi del cristianesimo. Quegli stessi generali che oggi appoggiano dall’interno del quartier generale pachistano i talebani (e siglano accordi taciti – o palesi – con il network talebano degli Haqqani), negli anni Settanta furono attratti dagli insegnamenti di Abul Ala al Mawdudi e poi costituirono il nerbo del golpe del generale Zia ul Haq del luglio 1977, sciaguratamente appoggiato da Jimmy Carter che vedeva nel suo fondamentalismo islamico una piena garanzia di contrasto del comunismo sovietico (che affascinava i generali arabi di matrice nasseriana e Ali Bhutto, impiccato dopo il golpe). Zia ul Haq riformò il Pakistan in senso fondamentalista e tra le sue riforme spicca la Blasphemy law (definita tra il 1980 e il 1986), che oggi legittima statualmente la persecuzione dei cristiani e di altre minoranze religiose. Un insieme di articoli del codice penale pachistano punisce così – anche con la morte – chiunque “disprezzi il Corano o offenda il nome del Profeta o della sua Famiglia”. Sino al 2009 sono stati giudicati per aver infranto questa legge 479 musulmani, 119 cristiani, 340 ahmadis (una setta giudicata eresiarca dall’islam) 14 indù e 10 membri di altre religioni.

Ma il fatto ancora più grave è che, all’ombra di questa legge, la “giustizia spontanea” di gruppi fondamentalisti ha ucciso non meno di 50 cristiani e 107 ahmadis. Ancora lunedì scorso, due cristiani sono stati massacrati dopo essere stati processati per violazione della Blasphemy law; la corte li ha assolti, ma i fondamentalisti che li avevano denunciati hanno subito rimediato freddandoli a colpi di pistola sulla porta del tribunale. La chiesa durante il pontificato di Giovanni Paolo II ha deciso di non rispondere a questa persecuzione, tanto che il 7 maggio 1998, per creare scandalo, John Joseph, vescovo di Faisalabad, dopo aver guidato un corteo contro la Blasphemy law (un suo fedele era stato appena condannato a morte), si uccise in pubblico sparandosi alla tempia. Oggi Benedetto XVI intende operare una svolta anche su questo punto e ha convocato per l’autunno un Sinodo dei vescovi d’Asia che avrà al centro il tema delle persecuzioni (e della Blasphemy law). Non così i governi, a partire da quello di Washington, che continuano a non cogliere l’ambiguità ideologica del quadro militare pachistano e nulla fanno se non per troncare, quantomeno per tentare di sciogliere questo nodo gordiano che paralizza tutto il contrasto al terrorismo in Afghanistan e Pakistan.