La direttrice del Meeting Point di Kampala spiega il perché

 

ROMA, venerdì, 13 marzo 2009 (ZENIT.org).- Diversi Primi Ministri e uomini politici di Paesi europei hanno reagito con violenza alle parole del Pontefice Benedetto XVI circa l’inefficacia dei preservativi nella lotta contro la diffusione dell’AIDS.

Tra questi Bernard Kouchner, Ministro degli Esteri francese, il quale ha sostenuto che la posizione del Papa “rivela poca comprensione della reale situazione dell’Africa”.

In maniera indiretta ha risposto al Ministro, Rose Busingye che dirige il Meeting Point di Kampala, un centro per malati di Aids che cura circa 4000 persone al giorno.

In una intervista pubblicata da “il.Sussidario” il 20 marzo, Rose Busingye ha sostenuto che “chi alimenta la polemica intorno alle dichiarazioni del Papa deve in realtà capire che il vero problema della diffusione dell’Aids non è il preservativo; parlare di questo significa fermarsi alle conseguenze e non andare mai all’origine del problema”.

“Alla radice della diffusione dell’Hiv – ha spiegato – c’è un comportamento, c’è un modo di essere. E poi non dimentichiamo che la grande emergenza è prendersi cura delle tante persone che hanno già contratto la malattia, e per quelle il preservativo non serve”.

Per far capire come veramente a volte non ci si renda conto della situazione che si vive in Africa, la Busingye ha raccontato di un gruppo di giornalisti che erano venuti per fare un reportage sull’attività del Meeting Point. Videro la condizione delle donne sieropositive e rimasero commossi. Decisero allora di rendersi utili, facendo un piccolo gesto per loro: regalarono alcune scatole di preservativi.

Vedendo questo, una delle donne ricoverate al centro, Jovine, li guardò e disse: “Mio marito sta morendo, e ho sei figli che tra poco saranno orfani: a cosa mi servono queste scatole che voi mi date?”.

“L’emergenza di quella donna, e di tantissime altre come lei – ha sostenuto la Busingye – è avere qualcuno che la guardi e le dica: ‘donna, non piangere!’. È assurdo pensare di rispondere al suo bisogno con una scatola di preservativi, e l’assurdità è nel non vedere che l’uomo è amore, è affettività”.

In merito alle persone che possono avere rapporti con altre e diffondere il contagio, la dirigente del Meeting Point ha precisato che “l’Aids è un problema come tutti i problemi della vita, che non si può ridurre a un particolare. Bisogna innanzitutto partire dal fatto che bisogna essere educati, anche nel vivere la sessualità”.

In merito all’utilizzo dei preservativi, ha spiegato che nell’odierna situazione dell’Africa “può sembrare a tratti anche ridicolo” nel senso che prima di usarlo bisogna lavarsi le mani, non ci deve essere polvere, deve essere conservato a una certa temperatura.

Insomma, secondo la Busingye, molti di quelli che parlano dell’uso del preservativo in Africa lo fanno senza minimamente conoscere il problema e la condizione in cui ci si trova.

Per questo le parole del Papa non hanno suscitato in Africa alcuna polemica.

 “Il Papa – ha sottolineato la Busingye – non fa altro che difendere e sostenere proprio quello che serve per aiutare questa gente: affermare il significato della vita e la dignità dell’essere umano”.

“Quelli che lo attaccano hanno interessi da difendere, mentre il Papa di interessi non ne ha: ci vuole bene, e vuole il bene dell’Africa”.

“Da lui – ha aggiunto – non arrivano le mine che fanno saltare per aria i nostri ragazzi, i nostri bambini che fanno i soldati, che si trovano amputati, senza orecchie, senza bocca, incapaci di deglutire la saliva: e a loro cosa diamo, i preservativi?”.

“Quando qualche anno fa c’è stato il genocidio del Ruanda tutti stavano a guardare – ha commentato amaramente la Busingye -. Qui vicino c’è un paese piccolissimo, che poteva essere protetto, e non si è fatto nulla: lì c’erano i miei parenti, e sono morti tutti in modo disumano. Non si è mosso nessuno, e adesso vengono qui con i preservativi”.

“Ma anche a livello di malattie vale lo stesso discorso: perché non ci portano le aspirine, o le medicine anti-malaria? La malaria è una malattia che qui miete più vittime rispetto all’Aids”, ha commentato.

C’è un metodo però che funziona e che ha portato a una riduzione della diffusione dell’Aids in Uganda dal 18% della popolazione al 3% ed “è fare in modo che la gente si senta voluta bene. Lo vediamo qui al Meeting Point: quando le persone arrivano qua, non vogliono più andare via”.