Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere il figlio Tommaso e ora giace in un letto immobile come Eluana, è «un destino beffardo». Invece, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio.

Il padre di Tommaso Onofri, il bambino rapito e ucciso tre anni fa a Parma, è in coma da sei mesi dopo un infarto. Una giornalista del Corriere della Sera intervista la moglie, e sonda se tiri aria o no di “staccare la spina”, come oggi si usa. L’uomo respira da solo e mangia con un sondino, come Eluana. La moglie spera ancora. Riflette: «Prima che accadesse a me, sono sempre stata dalla parte di Beppino Englaro. Ma ora che sono nelle sue condizioni, è difficile decidere». La cronista al capezzale di quest’uomo così tragicamente colpito riassume: «Quaranta minuti di buio. Poi il muscolo ricomincia a pompare. Per Onofri è il tramonto della coscienza, il sipario che cala su un destino beffardo».
E fin qui è tutto previsto. Del finale dell’intervista, però, una frase ti resta in mente, come qualcosa di irregolare che rompe le fila dell’ovvio. Perché alla fine la signora Onofri se ne viene fuori con queste parole: «Il mio bambino mi sta aiutando, è lui che mi dà tanta forza. Forse non tutto succede per caso».
Singolari due righe, in chiusura di un pezzo come tanti ne leggiamo, dove con premura attorno a malati incoscienti si domanda: allora, che facciamo? Per la giornalista quello di Onofri, che si è visto uccidere un figlio e ora giace in un letto immobile, è «un destino beffardo». Un destino cattivo e anche irridente, traditore, un destino deragliato da ogni benevolo disegno, anzi mai nemmeno per un bene concepito (del resto, diciamolo, in tanti davanti a una vicenda simile penseremmo esattamente lo stesso). E invece, invece nella moglie, di cui non si capisce come regga, nella moglie, donna del dolore, si fa strada, esitante, un dubbio. Eppure, dice, mio figlio mi sta aiutando. «Forse non tutto succede per caso».
Un destino beffardo o un progetto che misteriosamente, per vie che non sono le nostre vie, trae gli uomini – non nel buio, non nel caso cieco? Un destino beffardo, o un disegno? In questa contrapposizione si alimenta il tumulto sul “diritto a morire”. Ma, anche, in questa antitesi si fonda il nostro modo di stare al mondo: ribelli e in realtà disperati quando il dolore attacca e infierisce, oppure aderenti a una volontà che non comprendiamo, e di cui però ci fidiamo.
La differenza in realtà è: siamo figli o orfani? Se siamo orfani la rabbia è comprensibile, così come ogni spina staccata, e ogni rivendicazione di libera buona morte. Se siamo figli, se ciò che ci accade è comunque per un bene, la rabbia s’acquieta e china il capo. Resta la sofferenza, resta il non capire, e tuttavia una speranza – come nelle parole esitanti della signora Onofri. Scrisse Manzoni di un Dio «che non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande». Ai tempi in cui lo scrisse questo era forse il comune sentire di un popolo. Ne rimane, timida, una frase quasi interrogativa in chiusa di un articolo di un quotidiano: «Forse non tutto accade per caso». Sotto ai diserbanti del nulla, il germoglio ostinato della nostra speranza.

Marina Corradi da Tempi